Mi fregò così

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Mi fregò così. Dicendomi che era appena diventato padre. Aveva un sorriso largo trentasei denti. E’ una figlia in Senegal. Cominciò a rivestirmi di contentezza: un braccialetto, un piccolo elefante portafortuna, una coccinella di plastica. Era tutto cominciato con una richiesta inutilmente ingenua: che ore sono. Poi aveva detto di aver apprezzato il mio sorriso. A quel punto era calata la domanda: dammi qualcosa, non ho ancora venduto niente. Gli allungai una banconota mentre chiedeva di me, se fossi sposato e cosa aspettassi a fare un figlio. Lo facesse tutti i giorni, pensai. In ogni caso era un piccolo genio.

Mi fregò così

->Occhi sul cielo blu<-


Scontro di civiltà

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Scontro di civiltà. Non c’è spazio per i negri nella città che loro vorrebbero. Immaginano una Torino che non c’è più, fatta di piemontesi imbruttiti dalla vecchiaia. Uomini egoisti che discutono sulla panchina, donne sole che corrono in chiesa nel freddo del mattino. L’ordine, la quiete del pensiero unico: il piacere vizioso del conformismo. Una città in cui si parla il dialetto, e in cui è facile additare qualcuno come ‘napuli’. Gli immigrati meridionali, per loro, sono animali addomesticati. Preziosi alleati, cani da scagliare rabbiosi contro i maghrebini, più razzisti dei razzisti perché si erano emancipati dall’emarginazione. E ora sprofondano.

Scontro di civilità

->Alba in piazza Solferino<-


Due marocchini abbracciati

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Due marocchini abbracciati. L’uno dà il bentornato all’altro. Si rincorrono sotto le ali di un piccione. Un ubriaco piscia su una bicicletta e sul suo palo. Io aspetto con imbarazzo, non mi ritrovo in un luogo che sentivo mio. La stanchezza è troppa, il sudore mi macera la schiena. Gli amici sopraggiungono distrattamente. Non mi riesce di mangiare. Contemplo gli infiniti discorsi del tavolo accanto. Sfondo il banco con il capo, poi mi riprendo. Comincio a sgattaiolare fra un angolo e l’altro. E mi dileguo, stanco e debilitato. Non mi ricordo come facessi a trascorrere tutte le notti laggiù.

Due marocchini abbracciati

->Non c’è più niente da dire<-


Nei cunicoli parlanti

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Nei cunicoli parlanti. Scesi a fatica, poggiando il ginocchio sulla parete. Quei marmi sfiniti degli anni cinquanta parevano sbeccati, macchiati di sudicio vecchio. Nei corridoi, le luci al neon sfogavano una noia asciutta sugli occhi di un’impiegata. Taceva, forse perché la vita le scorreva addosso in un sotterraneo. Mi avvicinai, palpitai per un suo scarabocchio, poi mi buttai in una stanza buia. Un uomo bofonchiò qualcosa, cercò di essere simpatico annunciando una mesta disgrazia. Fuori dalla porta, su una sedia, un donnone dal seno gigante mi sorrise di labbra gonfie. La osservai meglio, nascondeva sotto le lenti un pensiero lussurioso.

Nei cunicoli parlanti

->Rovinando abbasso<-


Elenco senza voce

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Elenco senza voce. Fa sorridere come l’edizione torinese on line di Repubblica ieri mostrasse la lista delle trenta personalità eminenti che avrebbero sottoscritto un appello a favore della costruzione del TAV Torino-Lione. Nell’articolo non c’è il testo dell’appello, fra i sostenitori ci sono manager e politici che da tempo sostengono l’opera insieme a qualche carneade. A che pro? Occupare il sito del giornale senza formulare un solo argomento a favore dell’opera. Il TAV costerà alcuni miliardi di euro: quei soldi andrebbero spesi per far nascere nuove imprese, ma i costruttori della ferrovia veloce non lo accetterebbero mai. Vivono nel passato.

L'elenco senza voce

->Culetto francese<-


Le strade insicure

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Le strade insicure. Alla fermata dell’autobus due uomini contrattano il prezzo della refurtiva. Io non posso fermarmici, mi pare che mi osservino. Mi inerpico sull’asfalto, passo sotto impalcature immobili. Le auto sfrecciano impietose, un ragazzo nero le schiva sulla bicicletta. Non incontro facce rassicuranti. Il mio vecchio quartiere è diventato un serbatoio del voto leghista. La destra cresce a mani basse: prima sputa sugli immigrati, impedisce di risolvere i problemi dell’integrazione sociale; poi li scatena contro i riformisti per drogare l’elettorato. E continuare ad ucciderci. Alimenta la povertà per usarla contro i poveri. Ci segrega così, di giorno in giorno.

Le strade insicure

->Chiari di luna<-


Correvo nottetempo

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Correvo nottetempo. Attraversavo filari insidiosi di viti arrugginite. Avevo nella mente il volto di un ceffo rossastro. Si era gonfiato di caramelle per un paio d’anni. Ora il suo grasso strabordava dalla camicia e ci carezzava quando sedevamo. Era amico di tizio, parente di caio. Ciò lo faceva assai fiero di sé. Eppure una lunga disperazione lo coglieva: veniva escluso dal tavolo dei potenti. Era come se gli dicessero che formalmente era importante, ma nella sostanza non contava nulla. Del resto, era proprio così. Si nutriva dell’inevitabile vendetta che fa di un figlio di mamma un essere solo e vinto.

Correvo nottetempo

->Non voglio l’inverno<-