Archive for January, 2013

Torino pensa

No Comments »

Torino pensa. Si chiede se l’uomo fermato dalla polizia è l’attentatore di Alberto Musy. Alla lettura delle notizie di stampa, l’immagine del consigliere dell’UDC si delinea con chiarezza come quella di un cittadino che rifiutò di concedere spazio al compromesso con un interlocutore equivoco. Dall’altro lato, e ferma restando la presunzione d’innocenza, il profilo dell’indagato suscita l’incubo di un’area grigia in cui – come già emerso con l’inchiesta Minotauro – la malavita indossa il colletto bianco e si insinua pericolosamente nelle istituzioni. Ed è lì che dobbiamo interrogarci. Il cancro si annida nell’indifferenza: se non riflette la città è finita.


I rumeni no

No Comments »

Nel mio alfabeto privato c’è una stanza che d’inverno ha temperature tropicali. I vecchi del piano terra scaldano il palazzo con grevi bestemmie bigotte. Li vedono alla finestra e pensano che sono negri. Se non lo dicono, è perché hanno paura che li senta. Sotto la loro casa ora c’è il centro scommesse, accanto alla vineria. L’asfalto si piega di vegetazione. Il vecchio camper degli immobiliaristi è diventato un monumento del decennio passato. I mercanti di mobili tengono i negozi chiusi e siedono al bar: di sera li accerchiano le auto dei meridionali. I rumeni no. Loro vanno a piedi.


Allora mi alzai

No Comments »

Agata mi guardò incognita. Sudava sesso restando ad un altro tavolo. Un uomo le carezzava un ginocchio, inebetito e stanco. Io mi chiusi nel mio campo, immersi il viso sulle carte. Aspettavo che una noiosa cravatta si infilasse in una barba. Saltavo da una sedia all’altra, inutilmente. La gola gorgheggiava acidamente, come un disco stridulo. La stanza si riempì di facce. Allora mi alzai. Mi persi nella coda del cesso. Le labbra si spinsero nel sonno, l’attesa sembrava infinita. La notte entrava dalle finestre con facce scure. Le parole restavano contate. Si ingabbiavano nel vuoto. Poi ammutolivano, senza di me.


La suora giovane

No Comments »

E’ inverno, il freddo sbocca dal Po e sale sul piazzale della Gran Madre di Dio. Antonio è un impiegato infelice, un piccolo borghese. Vota per il Partito Liberale, è fidanzato con una sciocca che non ama e nel corridoio mette le mani nelle puppe di una zitella con cui lavora. Ma aspettando il tram conosce Serena. La suora giovane. E’ stata sputata in città dalla povera campagna sopra a Mondovì. Si vedono tutte le notti, sul pianerottolo di una casa. Tra lui e lei ci corrono vent’anni. Antonio cercherà di colmarli ribellandosi agli amici. Nella penna di Arpino.


Tornarono in 21

No Comments »

Cosa ricorda la città? Da Torino furono deportati 246 ebrei. Uscivano dalle Carceri Nuove alle prime ore del mattino, e attraversavano il deserto di Corso Vittorio Emanuele II. Li caricavano sui carri bestiame insieme ai prigionieri politici. Cinquanta o settanta per volta. Loro consumavano gli occhi nel bruciore: cercavano di scorgere qualcosa, un’ultima immagine di casa. Attraverso le pareti del vagone. Oggi li ricorda una lapide: “Partirono da questa stazione / i deportati politici per i campi di sterminio nazisti / A chi rimaneva lasciarono la consegna / di continuare la lotta contro il nazifascismo / per l’indipendenza e la libertà”. Tornarono in 21.

Nuvole ad alta velocità. / @danieledantonio @muuffa

->Nuvole ad alta velocità<-


In fuga su un nastro

No Comments »

Sotto sirene spiegate, la folla si ammassa nuda e inconsapevole. Rincorre il calore che esce dalle vetrine. Si rinchiude illudendosi di una vana liberazione. Io salgo l’ascensore, come soggiogato da una rotta condanna. I libri giacciono distesi, raccolgono fotagrafie di un passato negletto. Il freddo illumina la città, sui vetri si dispiega una polvere cruda. La voce la perdo dentro un teschio di plastica. Mi siedo per terra e vomito lacrimevoli dubbi. La mani si fermano su spalle nude. La pioggia cade e non trapassa. Le ossa scompaiono in una voragine di cemento, siamo lacrime. In fuga su un nastro.


Le cene in piedi

No Comments »

Un culo mi guarda mentre salgo le scale, si appoggia su alti tacchi di sughero. Riappaio nel buio, sotto un cartello anarchico. I fumi dei kebab si illuminano di neon, dei ricchi si fanno beffa. Le bottiglie cadono senza rompersi. Un vecchio eroinomane parla con sua figlia: discorre del più e del meno fra un piercing e i capelli grigi. Una nera incinta mi chiede la strada: io le mostro le luci del quartiere. Ormai ci dormono soltanto i vecchi. La stanchezza è una lenta morte. E resto sveglio, davanti allo schermo. Io non le amo. Le cene in piedi.