Posts Tagged ‘Via Stradella’

Ferito, fuggitivo

No Comments »

L’umiltà ci attende spoglia, consuma blandamente le parole. Si solleva su tacchi di verde metallo. Io resto, le palpebre si chiudono. Mi riportano sulla via del vecchio Arturo, ma non ritrovo il suo caffé. Affogo in una coltre di pioggia infangata. Sono forse parole vane? Conta comprendere, perché nessuno legge. Poi le forze mi tradiscono, io cado nel sonno più duro. E qui monta la falsa condanna: l’irrimediabilità di una scelta compiuta. L’amore di chi non ha compreso. Ferito, fuggitivo. Segnerà la riappacificazione con una mite sorella. Resterà violento negli occhi di una statua. E mi carezzerà, senza dire alcunché.


Perché siamo inutili

No Comments »

Sono belli i venditori di rose. Rimangono la forma più estranea di civiltà nel mosaico urbano di Torino. Non sono integrati per nulla, semplicemente non esistono. Non guidano, vanno in bici. Si muovono di notte, ignoti di giorno. Indossano stracci, non guardano la televisione. Vivono in schiavitù. Bisognerebbe arrestare e far piangere i loro aguzzini. Eppure, congelati in una sacca primordiale, questi giovani venuti dallo Sri Lanka e dal Pakistan stanno lì a dimostrare qualcosa. Che noi tutti, figli di mamma, viviamo centrifugati in una falsa noia borghese della quale non riusciamo a pentirci. Odoriamo di progresso. Perché siamo inutili.


Io resto a Torino

No Comments »

Gli occhi si stringono. Puzzano come carcasse di animali morti. Diventeranno merende per i figli del popolo. Sradicano frammenti di asfalto da un letto umido. Sono lampioni stinti di pioggia rugginosa. Corrono fra file di montagne blu. Non so chi abbia rubato la luna. Io ho soltanto voglia di dormire. E mi agito spento, fra le molli agonie di uno pneumatico. Cerchiamo tutti una ragione per rimanere. Non vi sono motivi, se non la strenua volontà di tenere abbracciati i pezzi racconci di cui abbiamo coscienza. Ecco, hanno appena licenziato un amico, prigioniero di certezze ataviche. Io resto a Torino.


E pago dazio

No Comments »

La città non ha il coraggio di svegliarsi. Uno squarcio di luce asciuga il ventre delle nuvole. Le fermate sono vuote, a combattere sono rimasti i furgoni della spazzatura. Io ammutolisco di fronte a un cartello. Un vecchio si trascina in mezzo alla strada imprecando. I bimbi giocano immobili sotto il vento. Mi destreggio a fatica, i piedi persi nell’asfalto. I sassi non baciano le ruote, e le gambe scivolano. Uno spilungone mi si para davanti. Chiede di essere sepolto. Io lo guardo interdetto. Gli dico che è brutto morire indossando un cappotto. Meglio che aspetti l’estate. E pago dazio.


Il palo trema

No Comments »

Gli operai smontano il ponteggio. Affastellano voci in un dialogo sconosciuto. Sovrappongono verbi africani e attributi balcanici. Uno corre nel vuoto con una carriola, un altro passeggia sorbendo una punta di sigaretta. Il palo trema. E’ il simbolo dell’angoscia del sonno. Le mani che non si muovono, una porta che si apre minacciosa. L’incapacità di svegliarsi. L’aria si gonfia oltre il balcone. Uno schizzo di vernice blu cade sulla strada. I fogli mi escono dalle tasche. Le ore si consumano sulla sedia. Io resto immobile a osservare il parco. Il respiro dei fiori bianchi. E la gola che si secca.


Apre un sogno terrifico

No Comments »

Su una bottiglia di spirito si spande il fuoco di una rabbia che non esplode. Un pallido sguardo nell’ultima sera d’inverno. Secerne i dubbi di una esistenza non piena. Cammina sotto le piante e la polvere. Scruta una donna dagli occhi gonfi. Un marocchino scava nelle mie lenti: siete fango e merda. La nebbia ritorna fra rime petrose, appena il sole si chiude. Apre un sogno terrifico. Le scale non conducono a una porta, mi rigettano nel vuoto. I tasti del pianoforte suonano fra le macerie dei balconi. L’euforia cade dagli occhi del Novecento. Tutte ferite che io non lecco.


Una magra utopia d’asfalto

No Comments »

Io amo l’operaio. La sua mano dolce, che ha scolpito quel gradino. Lo attraverso ogni giorno in bicicletta. Ci carezzo la prostata, sotto il sellino che non si muove. E’ così, le dita di quell’uomo hanno steso un marciapiede come se fosse il collo di una meringa fresca. Lo farei mille e mille volte, per continuare a non sentirne lo spessore. E’ la cerniera che non si abbassa, il lembo di terra che divide la città possibile dalla città vera. Le auto lo trascurano, gli uomini non se ne preoccupano. E’ soltanto nostro, di noi ciclisti. Una magra utopia d’asfalto.