Posts Tagged ‘Via Roma’

E’ tempo di cambiare

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Torino è un giorno intero in viaggio. Un treno che casca a pezzi e si chiama Italia. L’egoismo di chi non fa sedere gli altri scema lungo il percorso. Si arrende deserto alle porte di Moncalieri. Si assiepa nella babele di via Sacchi. Pelle olivastra di turisti lungo via Roma. Un canto libero in piazza San Carlo. Il futuro vero è qui. Si riempie di progetti e sogni. L’orgoglio dei sopravvissuti. Grida in cinese alla fermata di un autobus. Si accarezza i capelli spiandomi dal finestrino. Mi riporterà lentamente a casa. Rabbia che muove ad Occidente. E’ tempo di cambiare.


Sono rutti di dignità

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Che significato hanno i fischi? Sono rutti di dignità. Esplodono nell’indigesta libidine di uno stanco cartellone elettorale. Rispondono agli schiaffi dell’ignoranza con la gentilezza di un sussulto. Diventano assordanti solo se sono molti. Non offendono, difendono. Il solo peccato è per chi non sa accettarli. E non capisce: che la libertà si esprime con la propria presenza, con un gesto critico. Mettiamoli tutti insieme, questi irrequieti singulti di giustizia. Chiudiamoli in un otre. Liberiamo un vento che li lasci tutti in mutande. Perché possano contemplare la pochezza del deserto morale in cui ci hanno sprofondati. E rifiutiamo la violenza, sempre.


La città che cammina

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Mi sono fermato a un passo dal fiume. Immobile speranza che a qualcosa serva. Vedere le persone disperse, un attimo dopo il grande grido. Tornare alle loro case, dismettere i panni della protesta. Occludere i portici in cerca di un caffè. Il cielo è grigio, non ho voglia di cantare. Eppure, qualcosa pare cambiato. E’ un volto immigrato che sogna di vivere in un paese migliore. La città che cammina. Decine di migliaia di persone in corteo. Invocavano rispetto, dignità per le donne. E’ durato soltanto poche ore, ma pareva l’inizio di un mondo nuovo. Sì, ieri eravamo in piazza.


Ha sapore di gomma liscia

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Cola ancora troppo grasso dai muri della città. Ha sapore di gomma liscia. E’ vento che soffia in un sotterraneo di ferro. Si rinfocola di grida e rauchi schiamazzi. E’ la degenerazione massificata di un finto orgoglio. Ombra decaduta dell’Art Nouveau. Si è incollato nelle periferie fra schegge di cartapesta. Ha il volto coperto di paglia. E’ un ebete pupazzo onnipotente. Bacia vane catene di pietra addossato a un’immagine. Il riscatto non può che venire dalla semplicità dei migranti. Pulsione nordafricana di rivolta. Sangue ferito di un trauma balcanico. Dovremo guardarci dai nostri stessi figli. Troppo ricchi per ricostruire tutto.