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Le poste di Palermo

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Le poste di Palermo. Giacciono immense, in un lembo di via Roma. Uno stupro urbanistico fascista, l’unico che possa ancora recare un senso. Mi ci aggiro inconsapevole, cercando di capire se alle loro spalle è rimasto un poco di spazio in cui i bambini possano giocare. Le auto le accarezzano irrefrenabili: paiono mosche che salgono su un boccone grosso. Un cantiere d’appartamento ne incornicia l’accesso: la carrucola sale in un carico sospeso. Un operaio mi ferma, guarda senza sorridere. Io mi fermo ansioso, voglio scendere sotto il mastodonte. Corro, attraverso e me lo metto alle spalle. Mi rifugio al conservatorio.

Le poste di Palermo

->Messaggio in bottiglia<-


No, fottiti

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Che poi no, non cominciamo eh? Io ho soltanto detto che tutto questo tepore silenzioso ci addormenta. E no, caro il mio pezzente: tu stai insinuando che qui non si faccia nulla. E’ per questo che mi dai del pezzente. Be’, no… certo, ma tu non rispetti la mia indipendenza. L’indipendenza ce la si conquista con l’autorevolezza. E perché, tu ti illudi ancora che l’autorevolezza esista? Ma fammi il piacere, sei uno stupido. La grandezza degli stupidi è illudersi di essere degli eroi. E tu credi di esserlo? Per me resti un eroe del cazzo. Con decenza parlando? No, fottiti.


Senza sapere dove

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Fra molli condizioni imprecisate, io vorrei soltanto sedere davanti al fiume. Osservare di nuovo le foglie che passano sull’acqua. Ascoltare sul petto l’aria immobile e fresca. In rassegna scorrono tutti. Gli attimi sopiti di notte. L’ebbrezza provata in un’altra città. Le urla vane sedendo fuori. Un carro che spazza il selciato. E mi sprofonda sullo schermo. Lontano da qui, io non so chi lo guardi. La strada si taglia in due sotto i miei piedi. La fronte sale, accoppia balconi e finestre. Si chiede quante vite, quante luci muoiano. Il rumore rastrella sonagli di un secolo chiuso. Senza sapere dove.


Macchine da shopping

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Ti salutano, ma non ti guardano più. Sono troppo impegnate a muovere gli occhi senza smontare il trucco. Reclinano la testa. Fingono di sorridere, perché ti stanno passando allo scanner: cercano di capire in un paio di secondi la profondità delle tue tasche. Stringono tutte la stessa borsetta, si eccitano di delizia immaginando un contratto a lungo termine. Auto di lusso, vacanze in barca, regali sulla Quinta, badante rumena e amante africano; non importa se non sei un calciatore. Non ti resterà più molto tempo quando si copriranno di rughe e ti appariranno per ciò che sono. Macchine da shopping.


In un bacio d’infanzia

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La nobile piazza mi sorprende. In un bacio d’infanzia. Pare di nuovo immobile. Lambisco le sozze squadrature fasciste e mi ritrovo in un clima ottocentesco. Un velocipede robotico violenta il selciato. Risalgo distratto fra sovrapposti veli di finta democrazia. Ho perduto lo sguardo che avevo un tempo, quando dalla periferia tutti ci addensavamo nel medesimo palazzo per consumare. Dedicavamo i nostri miseri risparmi all’acquisto di beni artificialmente ingrassati. Ciò che a molti pareva volgare era il nostro orgoglio. Riscopro ora il medesimo desiderio nei volti di due nigeriane attonite. Volano inconsapevoli su chilometri di saldi. Mi riportano in questo secolo.


Un umile antipasto

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Discendo esausto nell’ennesimo parcheggio sotterraneo. Li amo, li adoro: io ci verrei a cena. Fanno venir voglia di baciare, di far l’amore. Eppure, mi chiedo che ne sarà. Un giorno, quando avremo smesso di correre su quattro ruote, la città scoprirà infiniti spazi sotterranei. Li chiameranno murazzi senza acqua. Vi accatasteranno cimeli del passato. Chissà, forse ci metteranno a vivere i più poveri. Oppure, più probabilmente, li lasceranno abbandonati a se stessi. Alcuni diventeranno un museo del consumismo. Pieni di oggetti ormai inutili. Un enorme Balon sotterraneo. Nel frattempo, però, facciamolo davvero un quartiere senza auto. Un umile antipasto.


Muove gambe sottili

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Muove gambe sottili. Si allungano rapaci oltre un cortile. Italia è voglia di cotone blu. Il suo immobile sesso. La violenza di parole sarcastiche. Gli occhi grandi, sepolti nella nebbia del mio deserto. Si colora di vuote carezze affrante. La voce si occlude di un desiderio sconfitto. Ne inseguirò la muta irrequieta bellezza. Mi ucciderà, non è possibile altrimenti. E’ caduta fra le ossa del mio abbandono. Corre inesausta sulle mie spalle. Mi annega di nera crudeltà. Mi lascerò cadere perché si liberi. Farò naufragio per lasciarla respirare. E mi sazierò di un consumato abbraccio. Poi non sarà più nulla.