Posts Tagged ‘Via Garibaldi’

Fugge dietro uno schermo

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Rompo il muro che mi separa da un amico perduto. Mi sforzo di cominciare la stagione del disgelo. La sua parola fluisce come un tempo, ma non mi segue con lo sguardo. Fugge dietro uno schermo. Costruisce scenari catastrofici. Lamenta l’assenza di un’alternativa. Ricordo come le sue profezie di sventura abbiano spinto la nostra divisione. Eppure, riconosco la lucidità dei suoi ragionamenti. Sembra vedere le cose con ardita prospettiva. E manifesta il timore che nessuno confessa: guerra. La vive come un irrisolto destino. La accarezza nel dubbio novecentesco del Nazismo. Condivido le sue paure, ma non più fino in fondo.


Temo cadere all’indietro

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Occhi piccoli si sollevano sopra le lenti. Mi parlano dal seggiolino di un autobus. Io scendo terrorizzato, cerco il diavolo fra le piante. Lui un calcio nel culo non me lo da, dice solo che posso rovinarmi colle mie mani. Sarà per questo che quando cammino mi guardo la schiena. Temo cadere all’indietro. Ogni istante passato senza pedalare accumula collera. Fuori non la manifesto, preferisco che si sfoghi dentro e lo stomaco me lo distrugga. Nell’esofago a volte ci nascondo le chiavi inglesi. Sono il mio segreto per sopravvivere. Quando tutto sembra crollare, io ricomincio ad avvitare ossessivamente i bulloni.


L’equilibrio dell’onestà

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Nel cortile si stagliava una bolla di vetro. La riempivano chiassose voragini calcistiche. Carni grasse racchiuse in un reggipetto rosso. La monotonia dei pasti consumati scotti. Una donna traversava il porticato coprendosi il volto. Un velo rosa, il muto distacco di un nobile inganno. Le pretese irraggiunte dei luoghi comuni. Incurante del vomito, si perdeva fra i rottami traboccanti di uno smunto rigattiere. Gli opulenti gettavano ossa di ferro oltre la siepe: lei correva spudorata a raccoglierle. Gli uomini la guardavano tacendo, dalla porta di un bar. L’equlibrio dell’onestà. Un urlo fra gli arredi seicenteschi che abbrunano il nostro nulla.


Ma non ci riescono

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I nuovi eserciti hanno la pelle coperta. Non sembrano soldati, paiono piuttosto beccamorti. Sculettano eguali nascondendo la gobba. Affogano in una cravatta nera ogni istinto di libertà. Camuffano vaghi accenti meridionali in un nordico corrotto. Si sono inventati una loro lingua, un italiano sgrammaticato e farcito di anglismi. Non marciano più, siedono allo stesso banco per mesi. Poi scompaiono senza preavviso, inghiottiti da un nuovo obbligo. Cosa li spinge a sacrificare se stessi? Perché non fuggono nelle campagne? Sognano di arricchire, come tutti. Ma non ci riescono: si ammalano, invecchiano presto. E chiudono gli occhi nel grembo di una escort.


Figli dei padri giusti

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Corsa inabissata, rispetto equivoco. E’ il vento della burocrazia a lasciare immobile il palazzo. Si affretta ora dopo ora, languisce fra adulazioni di fango. E’ la carriera di giovani mediocri. L’assenza di ogni poesia. Cieca ubbidienza. Ascolto affettato. Parole dispensate a un telefono da facce nemiche. E i meno attesi dei vincenti. Le ultime carte di un mazzo truccato. Si gloriano di lodi artefatte. Vestono abiti di sogno. Ma nascondono nell’intimo un vuoto imperioso. Costruiremo loro un monumento. Il grasso fogliame di un albero cavo. Gonfia di boria la nullità dell’Italia. Torino soffoca di finti eroi. Figli dei padri giusti.


E invece no

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Me lo sono chiesto, mentre la terra tremava. Se tutte le nostre belle pretese sulla sicurezza siano vere. Il rito fiacco delle esercitazioni fatte per puro scherzo. La svogliatezza di chi non percepisce il rischio. L’ansia molle che sfida il destino. Il fatalismo sciocco dei topi in gabbia. Noi non ci crediamo. Non prendiamo le cose sul serio. Non sappiamo dare un prezzo al pericolo, perché viviamo troppo comodi. Mentre dovremmo saper correre come orologi. Avere la certezza di ciò che si deve fare. Aiutare gli altri a non avere paura. Crediamo sempre che non ci tocchi. E invece no.


Tutto questo non basta

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Sono false lusinghe. Giungono a sera tarda, dalla bocca di un amico. Immaginifiche proposte di un impegno in terra lontana. La consapevolezza di essere pronto per affrontare la sfida, ma sapere che non c’è nulla in cambio. Ci guardiamo allo specchio. Da anni vaghiamo sepolti nei meandri di una città morta. Dal basso ci riconosciamo senza indugio. Sappiamo di ognuno il valore e il peso. Ci soccorriamo a vicenda. Sostituiamo ai finti onori la dolce bellezza dell’onestà. Eppure, non è sufficiente. Tutto questo non basta. Nascondiamo a noi stessi un’estrema consapevolezza: è proprio per questo che non serviamo al sistema.