Posts Tagged ‘Strada Lanzo’

Non ami la barba

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Non ami la barba. La consideri un vezzo rivoluzionario: l’insostenibile idea che qualcuno possa non omologarsi alla silenziosa legge del sistema. Ma cosa ti è costato, questo raderti tutti i giorni? Riempi le tasche di promesse, vesti abiti lucidi e tutti uguali. Trascorri la vita surgelato nell’immagine di ciò che il potere vorrebbe che fossi. Lo sei? Hai preferito rinunciare ad essere te stesso, aspettando una ricchezza che non verrà. Quando un’idea balena nella tua testa, preferisci non parlare. Avanzi lentamente, sogni di scalare gli altari della borghesia. Non capisci di essere solo: sei stato abbandonato, ma da te stesso.

Non ami la barba

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Orto urbano sotto il traliccio

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Orto urbano sotto il traliccio. Un vecchio in canottiera forza con l’auto il marciapiedi del ponte sulla tangenziale. E’ una vecchia FIAT, tentenna di ruggine rimpiangendo uno spinterogeno. Lui parcheggia fra il dirupo e le barriere antirumore. Sono anni che la sua famiglia mangia insalata elettrica. E non se ne cura. Appoggia il culo su un’antica seggiola slabbrata. Nasconde il fetido odore delle scorregge nella nuvola di smog che i camion pompano dalle corsie sottostanti. E’ meridionale, sopravvive al Nord grazie ad un nobile attaccamento alla terra. Cristo piange, ma non ha tempo di occuparsene. E’ andato a nuotare in piscina.

Orto urbano sotto il traliccio

->Orto urbano sotto il traliccio<-


Hanno smesso di pregare

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I tre rumeni scendono dall’autobus. Lei brandisce una busta colma di ghiaccio, ne cola acqua e la porge all’altra. Lui si fa distogliere dall’insegna di una palestra. Perlustra i confini del quartiere. L’una lo accarezza, l’altra cede al malsano desiderio: gli rovescia addosso un brandello di gelato. Sei una puttana, puttana è la tua sorella. Si fronteggiano di insulti, a cui accompagnano mani violente. Io salgo le scale, dal balcone li sento discutere ancora. Oggi è un giorno di festa, loro sono gli unici a celebrarlo. Tutti gli altri sono a lutto. Tengono le saracinesche abbassate. Hanno smesso di pregare.


Sotto sequestro

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Negli anni ‘80, i quartieri di periferia  erano colmi di botteghe. La lattaia, una pizzeria, la panettiera. Attorno all’asilo si affollavano fruttivendoli e calzolai. Gli operai, rincasando la sera dalla fabbrica, parcheggiavano l’auto davanti ai giardini pubblici e percorrevano una città vivibile. Il mio quartiere oggi è diverso. Se ci cammino, non fanno che saltarmi agli occhi i compro oro. Sotto casa ho un centro scommesse. Sotto sequestro. Al centro massaggi cinese potrei andarci a piedi. I bar sono così colmi di macchinette mangiasoldi che ormai potrebbero smettere di dar da bere. Lo attraverso in bici, non mi ci fermo.


E lo cremammo

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Mi tossiscono le palpebre. Non vedo il freddo che stringe la città. Resto chiuso in una muta terracotta. I cani abbaiano fermi al semaforo. Le orecchie prudono sprizzando sangue. L’incrocio lo attraversa un mendicante. Nei buchi strappati dei suoi panni riconosco la faccia di un sacerdote. Abbiamo smesso di parlarci da molto tempo. Lui non faceva che lisciarsi la barba. Ascoltava le mie domande, ma non rispondeva. Un giorno persi la pazienza. Mi alzai e lo lasciai da solo, a rimuginare. Feci come mio nonno. Bestemmiava Dio, ma credeva in Cristo. Il prete non ce lo volle. E lo cremammo.

#Torino - Arboreto igneo. / @danieledantonio @ikol22 @duendeturin

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Accenderò piccole candele

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Mio malgrado, cado nella zuffa. Resisto fin quasi alla fine, poi il sangue mi sale al cervello. Le pareti della chiesa tremano. Le voci si sovrappongono accatastate su un’ignoranza spoglia. Io fuggo nel buio, mi avvicino ad un albero spuntato dal cemento. Si destreggia solitario fra escrementi di cane. Allunga le radici sotto le strisce pedonali. E lì a dirmi che posso tenere stretto il cappello di lana. Sotto le maglie intricate del cervello si annida la consapevolezza che portare la luce in un buco, a mani nude, non è possibile. Mi rimetto in piedi e corro. Accenderò piccole candele.


I cani non li vedo

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I cani non li vedo. Siedo su una panca sfilacciata, e alzo il viso contro il sole. Lumeggia di vento la mia mano. Si è sporcata di ebbro formaggio, ora non sa dove andare. L’asfalto si appiccica alle suole. Due suore lambiscono il centro della strada. Una palla rotola, ma non c’è bambino che la insegua. I piani si sovrappongono, l’inverno urla. Le spazzole restano ferme, hanno smesso di pettinarmi l’anima. E mi chiedo, irrisolto, se le parole vadano sempre messe in fila. Anelo il silenzio, ma poi finisce che bevo e parlo. L’unica cosa da fare è non domandarsi.