Posts Tagged ‘San Salvario’

Colla povertà ci giocano

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La periferia Nord di Torino non esiste. Oltrepassato il confine di Corso Regina Margherita appare un universo del quale i dirigenti del Partito Democratico – a quanto sembra – non vogliono sentire parlare. Bisognerebbe accompagnarli a piedi lungo le Basse di Stura, fra centri scommesse, compro oro e massaggi cinesi. Nella morte civile di Vallette e Falchera. Dentro i vuoti lasciati dalle fabbriche, ricolmi di droga e cemento sfitto. Dagli immigrati ridotti nelle topaie e ricattati da vecchi che prima votavano Lega Nord e ora votano Grillo. Ma loro preferiscono guardarsi il bellico a San Salvario. Colla povertà ci giocano.


Sul tavolo della cena

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Quando comincia, la primavera non dice. Suona il contrabbasso in un angolo di strada. E’ un cappello che non indossi. Macchia l’asfalto con la pipì di un cane. Alza un dito verso il cielo, per sentire se l’aria lo brucerà. Poi si guarda attorno, e ricomincia a camminare. Si tinge di giallo in un tempio pagano, somiglia a Beirut: è un respiro affogato in verdi pomeriggi. Tornando a casa si chiude in un bar. Una tisana aspra, due petali di rosa. Rimbomba nella carne la febbre del domani. Lei non si volta, appoggia un seno gonfio. Sul tavolo della cena.

Cercando una foto per Antonio Prenna

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Un padre gridava

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Occhi verdi tagliavano il bordo del tavolo, si nascondevano in una tazza di tè. Un padre gridava. Accumulava ira sulla schiena di un figlio. I fiori del vestito di Alba consumavano feriti un soffio di lana. Le mie indecisioni salivano dal basso, si esaurivano irrequiete in un boccale di birra. I neri si accalcavano sulle ringhiere di una libreria. Le voci scorrevano sotto i portici senza più raccapezzarsi. Il distacco si celebrò nella vecchia stazione. Fu lì che lasciammo alle spalle ciò che eravamo. Il viaggio ripartì dopo un giorno. Un convoglio si perse verso Est, senza tornare a casa.

#Torino - Lacrime felliniane al Museo del Risorgimento / @TorinoStoryTell

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Allora mi alzai

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Agata mi guardò incognita. Sudava sesso restando ad un altro tavolo. Un uomo le carezzava un ginocchio, inebetito e stanco. Io mi chiusi nel mio campo, immersi il viso sulle carte. Aspettavo che una noiosa cravatta si infilasse in una barba. Saltavo da una sedia all’altra, inutilmente. La gola gorgheggiava acidamente, come un disco stridulo. La stanza si riempì di facce. Allora mi alzai. Mi persi nella coda del cesso. Le labbra si spinsero nel sonno, l’attesa sembrava infinita. La notte entrava dalle finestre con facce scure. Le parole restavano contate. Si ingabbiavano nel vuoto. Poi ammutolivano, senza di me.


L’ascensore s’è rotto

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Due vite si specchiano sul fiume. Un uomo, una donna. Si raccontano il cammino che lì li ha portati, per caso. Sono strade irregolari. Costruite di notte, lontano dal marciapiedi. Hanno sudato fatiche non loro. Si sono sottratti alla vita più facile. Ora si guardano negli occhi, onesti e svuotati. Sino a questo momento hanno corso senza paraocchi. La fatica è stata doppia, perché oltre a seguire il cammino segnato gli è sempre toccato sentirsi diversi. Adesso non cercano ori o monete. Vorrebbero soltanto continuare a coltivare la loro curiosità, ma si chiedono se l’Italia glielo concederà. L’ascensore s’è rotto.

Turin

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Gli stessi libri

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L’ebbrezza si consuma in una libreria. E’ un effluvio di rum che bagna la letteratura iraniana. Il volto di un amico ritrovato, l’imbarazzo appeso a un muro. Ribolle di pioggia e buchi nell’asfalto. Mi guida insonne fra volti scuri. E’ un ombrello trascinato sotto le ruote, la faccia essiccata di un barbone marocchino. Non è più tempo, di guardarsi indietro. La rotta si traccia nella tempesta, fra i flutti morti. Un porto esiste, in cui fermarsi. Smettere di voler dimostrare qualcosa, cominciare a farlo. Riempire i pezzi di carta con le parole. Stavano d’estate, sotto una tenda. Gli stessi libri.


I piccioni muoiono

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I piccioni muoiono. Il primo l’ammazzai correndo, sul selciato di Porta Nuova. Era un giorno d’estate, dovevo prendere un treno. Ero felice, agognavo la vita, ma quello mi si mise sotto al piede. Schiacciandolo sentii di avere sfidato il destino. I suoi figli si vendicarono anni dopo, alla stazione ferroviaria di Cracovia. Gli operai succhiavano grasso da un panino. Io provavo ad imitarli, all’interno di un bar. Le luride penne erano lì dentro, venivano a beccarmi i piedi, sotto al tavolo. Da allora ne provo orrore. Li guardo con disprezzo, perché lo so. Che un giorno torneranno, per farmi fuori.