Posts Tagged ‘San Donato’

Con l’uomo medio

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L’uomo medio guarda i culi al supermercato. Posa le buste nel baule e litiga al semaforo. A casa si toglie la cravatta, dorme sul divano. Non fa sport e non viaggia, gli basta la televisione. La domenica se non prende messa si sente in colpa: dice di amare sua moglie, ma di notte cerca le nigeriane. Sua moglie non ama il sesso, e di amare lui ha smesso subito. In chiesa ci va, ma il prete non lo ascolta. Prima di traslocare in un villaggio turistico consuma la cellulite. Non dorme e compra scarpe. E al supermercato litiga. Con l’uomo medio.


Canto nigeriano al telefono

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Si solleva nel precario equilibrio di un vecchio tram. E’ un gorgheggio iracondo. Tortura echi inglesi colmi di soppesate cadenze. Risveglia i timidi sonnecchi di vecchie assetate. Narra con la lentezza di uno xilofono sbrecciato le mistiche inconsistenze del giorno prima. Canto nigeriano al telefono. Mi avvita pensoso fra le fiamme di un sole opaco. Si insinua fra gli sterpi arrotati di corrotto metallo che colorano fresche rovine. E’ ricco di fatuo aceto il destino dei molti. Ignorare ciò che altrove li interesserebbe. Mi divincolo dalla ressa animale. Inseguo fra i rovi di un vecchio mulino le appassite miserie altrui.


Senza conoscerne il nome

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Tutto comincia con una parola, il desiderio di cercarne altre. La volontà di sedersi in un luogo preciso. Senza conoscerne il nome. Sorprende di profondità, sgrana immagini scolorite. Le accende di sorridente stupore. Accarezza i silenzi, le pause inascoltate. Mi accompagna sino al limite estremo. Cado nell’acqua, la guardo un’ultima volta. Ancora la sento fra le braccia di un amico incontrato per caso. E’ la loquacità dislocata di un sangue altero, meridionale e denso. La difendo rifiutando pezzi di inchiostro. Ne scorro impreciso l’assonnato rimpianto. La chiudo svenuta fra sospiri eterni. Mi offre pelle irrequieta, un bagno di seta.


Chiudo le sbarre dell’anima

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Raggelato chiarore. Si sfoga incosciente sulla mia pigrizia. Affonda immobile in acque calde. Si colora di verde sporco. E’ il fulcro di un ricordo pregresso. Si allunga denso oltre il caffè. Angusto palazzo, ricolmo di ossa. Muove incosciente lungo le sabbie rimosse. Si immerge in simboli autoritari. Si riscopre inevitabilmente rinnegato. Lo ascolto impotente. Chiude il respiro dei figli. Vaga incessante nelle ore rubate. Colma il sangue di eccitazione frenetica. Elisa ha tradito una promessa. Le sue distrazioni mi lasciano indifferente. Chiudo le sbarre dell’anima. E non ci penso. Ho visto vermi schiantarsi nel vetro. Rincorrevano un’ombra sregolata di giovinezza.

piazza Bernini

->my stification – Piazza Bernini


Hanno paura di noi

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Torme di madri piangono l’ennesimo cantiere. Attendono trepidanti una nuova settimana. Lamentano l’inattesa deviazione di un autobus dal sentiero abituale. Una secolare inefficienza ci ha fatti tutti conservatori. Ecco, dice una, ho dovuto scavare a lungo nella rete, per trovare la nuova mappa. L’hanno nascosta. Hanno paura di noi. E’ vero, è vero, gridano le altre. Nel frattempo, la città continua a respirare di nuda immobilità. Neri, maghrebini e slavi sprofondano sotto terra, lavorano al buio fra bagliori elettrici. Uno di loro si alza impaurito, fugge e si ubriaca. Si spinge sino alla periferia, scende dall’autobus. E insegue follemente qualcuno.


Torino non parla

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Targa rumena, una vecchia auto francese. E’ un pezzo di lamiera che taglia in due la città. Bordeggia gli scavi ferroviari, rimbalza in una buca e scivola verso Ovest. Gli occhi si perdono sui marciapiedi. Un furgone lombardo si ferma in mezzo a un incrocio: ne scende una prostituta. La città lava un lamento di pioggia. Quartiere popolare, ali di piccione. Escrementi ormai corrosi risuonano di echi medievali. Sono la lama di un regime aguzzino. La fuga di vergini remote, sospinte dalla paura e dall’affanno. Si aprono voragini di desiderio, lungo le strade. Torino non parla. Qualcuno se la fotte.


Una bellezza prostituita

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I festoni accumulano energia elettrica. Si cullano nel vento della sera. Luci sfarfallano indemoniate sopra il cemento. I vetri si abbelliscono di pupazzi di plastica. E’ un correre e venire. Paiono tutti felici, ansiosi di comprare. Vestono scarpe nuove, sorrisi di naftalina. Mi dilungo a osservarli meglio. Scavo dentro gli occhi, cerco puzza di anime morte. I telefoni suonano, gli occhi si voltano verso due cosce nude. Una guardia giurata imbraccia la pistola in difesa del mondo. La verità si maschera col trucco. Non sono felici, in realtà sono incazzati. Non è loro rimasta che una merce. Una bellezza prostituita.

springfield sunset

->Raffaluz – springfield sunset