Posts Tagged ‘San Donato’

Calcestruzzo rivomitato

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Calcestruzzo rivomitato. Lei impasta farina davanti alla televisione, lui nasconde il capo sotto la tovaglia. Han trovato casa in un esagono dell’alveare. Vivono a due passi dal grande centro commerciale, ed è qui che si consuma la loro vita: nelle pause fra il lavoro e la prima serata. Si incontrano nel bar di fronte al supermercato. Lei sospira per i saldi. Lui finge di ascoltarla sognando il calcio mercato. Non si sono accorti che nella borsa della spesa c’è un buco la svuota. L’inflazione ufficiale è bassa e invisibile, ma le interruzioni pubblicitarie stanno per finire. Seguirà un muto segnale.

Calcestruzzo Torino

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Ma non sanno il dolore

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Il camice bianco non mi concede un solo respiro. Mi ricaccia in una polvere violacea. Cammino lungo un declivio. Ci sono botteghe deserte, mille e più bambini con le pezze al culo. Un ceppo di insalata strascicato mi chiede se attraverserò la strada. Corre verso il mercato dell’usato, ci ha lasciato molti pezzi di sé. Un figlio urla alla madre araba: voglio andare a casa mia. Non può muoversi, una vecchia FIAT li ha intrappolati in un incrocio. Ferma a rincorrere il passato, la madre lo ignora. Alzo la testa fra nuovle calde. Rimbalzano d’azzurro. Ma non sanno il dolore.


Ho caldo alle orecchie

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Non s’incontrano più. Una carrozzina araba s’incunea nell’autobus. Il vecchio ragioniere ha la ventiquattrore che gli punta sulle ginocchia. I marmocchietti aspettano seduti sulle ringhiere, tra una fetta di carne e le luminarie scadute. La porta girevole non funziona, un naso invecchiato ci è rimasto pizzicato dentro. Legge un libro dalla copertina rossa. Gode e non alza la testa. Io mi gratto fin sotto il braccio, e guardo i passeggeri. Si scontrano senza capirsi. Un filmato grida esausto in un album fotografico. E il sonno non viene, gorgoglia sotto una bottiglia pronta a cadere nel motore. Ho caldo alle orecchie.


E ti spinge a vivere

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La pasta coi fagioli sale e scende dallo stomaco. Non avrei dovuto condirla con quel vecchio whisky scozzese. Là fuori faceva troppo freddo. Nel supermercato non c’era rimasto che un cassiere addormentato. Le vecchie si erano rintanate in casa e l’autobus apriva le porte deserto. Insomma, ci sono momenti in cui non puoi decidere se restare sul divano o correre in bagno. Vegeti provando a ricordare cosa un tempo ti muovesse di getto, fuori di casa. E’ la febbre che manca, quella che mette il pepe al culo. E ti spinge a vivere. Tolta quella, non resta che il televisore.


Sono di nuovo solo

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La notte uccide tra palazzi spogli. Una luce arancione brilla da una finestra del quarto piano. Una vecchia fascista ulula nel vuoto. Dice che ormai comandano i neri: secondo lei, gli Italiani scappano in Brasile perché qui non contano più. La violenza si arrampica a parole. Io vorrei fermarla, alzarmi in piedi e zittirla. Il fatto è che non ci riesco. Lascio che le ruote dell’autobus scivolino fin sotto il mio portone. Salgo le scale e apro la porta a fatica. Credevo che qualcosa cambiasse, speravo che la memoria prima o poi vincesse: così non è. Sono di nuovo solo.


Le cene in piedi

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Un culo mi guarda mentre salgo le scale, si appoggia su alti tacchi di sughero. Riappaio nel buio, sotto un cartello anarchico. I fumi dei kebab si illuminano di neon, dei ricchi si fanno beffa. Le bottiglie cadono senza rompersi. Un vecchio eroinomane parla con sua figlia: discorre del più e del meno fra un piercing e i capelli grigi. Una nera incinta mi chiede la strada: io le mostro le luci del quartiere. Ormai ci dormono soltanto i vecchi. La stanchezza è una lenta morte. E resto sveglio, davanti allo schermo. Io non le amo. Le cene in piedi.


Che nulla fosse cambiato

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Guardavo fiamme rosate carezzare un moloch di vetro e cemento. L’orizzonte esplodeva di reti raccolte, mi gridava la paura del buio dagli occhi di una vecchia rinsecchita. Ogni passeggero fungeva da arcigno sobillatore. Un carabiniere s’interrogava il cappello. Nel frattempo, io mi rifugiai esausto tra le gambe di una madre stanca. Un pasto consumato in un gioco silente. La lenta processione del dittatore sullo schermo. Una pelle tracimante e consumata. Il mio stesso sonno, incapace di contenere la volontà. E tutti i giorni perduti, lasciati all’infanzia. Le lacrime ingiuste della delusione, la passione sconvolta dalla certezza. Che nulla fosse cambiato.