Posts Tagged ‘Porta Susa’

Il coltello del sardo

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Il coltello del sardo. Luccicava nella notte, gli chiesi di darmelo in custodia perché non ferisse qualcun altro. All’alba decisero di requisirglielo per sempre. E lui allora cominciò a cercarne un altro per uccidere me. Ricordo i suoi occhi iniettati d’odio, mentre gli tagliavo i capelli. La sua testa era colla, la sua bocca alcool. Nascondeva sotto pelle l’animo di un uomo buono, ma il bere lo aveva indurito troppo. Si alzava all’alba per consumare vino in cartoccio. Sorbiva pane liquido da mane a sera. Abbandonato dagli italiani, pestato dai rumeni. Restava in piedi a fatica, colla voglia di ferire.

Il coltello del sardo

->Vieni avanti, cretino<-


Passante ferroviario

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Passante Ferroviario. E’ una locuzione complessa. Quando ero bimbo – a Torino si cominciava a favoleggiarne, – mi chiedevo perché tutti chiamassero ‘passante’ una trincea che correva dalla cima al fondo della Città, dividendola in due. Poi lo compresi fin troppo bene, tanto da sognarlo. Quando cominciai a lavorare attorno a Stazione Dora, venti anni fa, mi emozionava l’idea che avrei visto quel quartiere cambiare sotto i miei occhi. Ora il buco è stato coperto, ma la superficie della ferita è ancora tutta lì. I governi di Roma lesinano i quattrini. Troppa acqua, nel fattempo, è passata sotto i ponti.

Passante Ferroviario di Torino - Porta Susa

->Leggerezza<-


Materiale di risulta

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Materiale di risulta. Io ho gli occhi consumati di chi ama. Mi risveglio con la testa incastrata in un sedile. Un piede si allunga sulla plastica. Una giovane madre meridionale abbraccia una bimba. Il padre le parla nella propria lingua. Lei risponde titubante: talora sì, talora ja. Sulla polvere della stazione un soffio di spazzatura si libra nell’aria. Seduto al tavolo di un bar osservo l’andirivieni rampicante dei rami gremiti di formiche. Annego gli occhi in una macedonia di detriti. I vecchi si trascinano oltre le banchine. In un’orgia di ingrato suicidio hanno tutti deciso. Di partire per il mare.

Materiale di risulta

->Skyline ferroviario<-


Ma non puole

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L’uomo si frega le mani fra i piccioni. Hanno occupato i tavoli di un ristorante di basso prezzo. Il piscio gli cola sotto la panchina. Lui guarda immemore le pale di un ventilatore che si è guastato. In una borsa spelacchiata nasconde tutta la una vita. Le carte che il destino gli ha giocato non se le ritrova. Alcune le ha perse in un dormitorio. Per compagno ha un vecchio, un immigrato di colore che talvolta gli sorride dall’alto della sua austerità. Non capisce perché quell’uomo continui a bere così tanto. Vorrebbe dargli un colpo in testa. Ma non puole.

Ragioni di azzurro

->Ragioni di azzurro<-


Per la stazione

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Cava dalla borsa una maglia strascicata. Dorme a bocca aperta colmando il vagone con un alito sporco. Macchia di nero un angolo fetido. Quando il controllore la sveglia, lei trasale. Il ricatto è garbato e compassionevole. La menzogna costerà pochi denari. Scruta sulle mie labbra le parole che non dico. La sua disperazione è di maniera, ma ne nasconde una autentica. Un figlio del quale non ha coraggio di parlare, una vita sradicata a doppio giro fra Sud e Nord. L’esodo senza terra della povertà di ritorno. Sono io a pagare per lei. Mi ringrazia smarrendomi subito. Per la stazione.


Sotto sta l’Italia

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Il capotreno mi guarda senza occhi. Sospira mentre gli chiedo dei lavori che rallentano la linea. Ormai è un campo di battaglia, dice. Davanti a me un uomo invecchiato si stringe in una giacca sdrucita. Una dura lanuggine gli circonda la testa. Gli occhiali lo incorniciano sotto le cuffie di un mangianastri. Una voce esce stridula e veloce dallo spinotto. Il motore fatica in salita, sbuffa ricolmo di sabbia. Attorno non restano che i campi, e nude file di pioppi. Una donna malconcia si irrigidisce sullo schienale. Tre monelli si chiudono a cerchio in mezzo alla carrozza. Sotto sta l’Italia.


Sporcizia, sudore e rabbia

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Ora che un altro pezzo della nuova Porta Susa è pronto, con l’inaugurazione della stazione della metropolitana, Torino deve guardarsi attorno. Mentre la mobilità interna migliora, infatti, la Città perde pezzo a pezzo i collegamenti con l’esterno. All’ombra dell’inaccessibile Alta Velocità i rami si stanno seccando, uno a uno. Milano, Bologna, Firenze e Roma sono un miraggio che costa caro, mentre le altre destinazioni semplicemente scompaiono: raggiungere il Nordest è un calvario, attraversare la dorsale tirrenica una corsa a ostacoli, scendere a Sud un delirio. Coincidenze spezzate, vagoni dell’anteguerra. Sporcizia, sudore e rabbia. E poi la concorrenza, strozzata nella culla.