Posts Tagged ‘Porta Palazzo’

Incontro, scontro, confronto

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Incontro, scontro, confronto. L’inaugurazione della scuola Holden a Porta Palazzo, nella ex caserma Cavalli, è un segno. Una scuola che insegna i mestieri della narrazione. Un luogo è un elemento pesante: ci sono aule, cortili e corridoi. Genera costi, deve produrre ricchezza. Il tempo dirà se Torino era pronta, se lo sforzo pubblico e privato si sarà dimostrato sostenibile. Per il momento, un edificio chiuso è stato riaperto. Un quartiere di immigrati dovrà accogliere i figli dei ricchi che vogliono scrivere. Alessandro – non è Baricco – mi guarda negli occhi: “Ho un locale qui vicino”. Cercare valore? E’ necessario.

Incontro, scontro, confronto

->Lo sguardo sulla gru<-


Il giovane curato

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Il giovane curato. Sedeva nella camera da letto con fare libertino. Una donna, la fronte aperta su due occhi enormi, gli giaceva nuda sotto le braccia. Gli altri sacerdoti lo chiamavano dall’ingresso. Lui uscì in camicia, senza mutande, e spiegò loro cosa dovessero fare per preparare la cerimonia. Poi tornò nella stanza: non chiuse la porta, non si tolse la camicia. Si sdraiò sul letto, e pensò che aveva troppo sonno per restare fuori dal letto. Lei si avvicinò, lo coprì con un lamento. Aprì le gambe sul suo sesso, gli disse di non preoccuparsi. In poco lo fece suo.

Il giovane curato

->Tripudio barocco<-


Nella distruzione dell’io

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Mi vennero incontro tutti e cinque. Sedevo su un ceppo d’ulivo: la campagna si illuminava in lontanza, fino al mare. Il primo mi disse di andare a Nord, perché vivevo in un Paese ingiusto. Il secondo mi chiese di restare, per conservare un desiderio. Il terzo non mi parlò, secondo lui ero colpevole. Del quarto non direi, mi parve aggressivo e indifferente. Il quinto mi fece ingoiare una zolla di terra. Mi chiesi come avrei fatto, a portarmeli appresso. L’uno non avrebbe accettato le scelte dell’altro, se non quando avesse identificato un nemico fuori dal mio corpo. Nella distruzione dell’io.


Il mio stesso errore

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Le dita puzzano di pesce. E’ colla che mi trattiene ad un tavolo grigio. Un rantolo sale lungo la gola. Un’esclamazione finta, vilmente rauca. Fra ferri battuti, sul terrazzo i gerani baciano una decorazione appassita. Cosa cercavo in quella casa, l’altra notte? Vagavo in un vicolo dissanguato. Una porta si aprì senza trattenermi, mi ricacciò in fondo alle scale: nel buco in cui scelsi la cosa sbagliata. E’ quella memoria – rimossa eppure mai vinta – che produce in me violenti e inattesi accessi d’ira. La sostanziale sfiducia che nutro per gli altri: non voglio ripetano. Il mio stesso errore.

errore

->Sulle tracce di Antonio Prenna<-


La pochezza del soldo

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Io che non conosco rabbia, che paio così calmo. Ora sprofondo nella collera. E’ un accesso brutale che violenta la bontà altrui. Un buco nel cervello, un frammento spezzato d’identità. Annuso messaggi che mi molestano, smorti telegrammi di mediocrità. Soffiano sulla pelle come uno scroscio di polvere in fiamme. Se potessi, prenderei chi stupra l’intelligenza e gli ci affonderei le labbra. Il delirio di onnipotenza degli indifferenti ha segnato i nostri volti. Ci siamo costretti all’ubbidienza per rimediare un pezzo di pane.  Abbiamo tollerato che di nascosto si consumassero le nostre menti. Ed è così che ha vinto. La pochezza del soldo.


Senza poter vivere

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Intensa spossatezza. Sottraggo pensoso ore al sonno. Ho camminato sulla strada ancora umida. E’ spiovuto un secolo di attesa. Mi domando il senso della solitudine che ho costruito attorno a me. Giorno dopo giorno, accresco un cerebrale isolamento. Mi costringo a pensare che sia soltanto un passaggio. Un frammento spasmodico di operosa ascesi. Ma in fondo mi chiedo se non sia il senso stesso di una vita. Mezza trascorsa fra parole stampate, lontano dalla nuda successione dei fatti. Chi sono, io? Forse soltanto ostinazione e sangue. Non mi sono arricchito, non ho costruito nulla. Continuo a immaginare. Senza poter vivere.


Un vecchio ascolta, muto

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Un uomo s’arrampica sull’autobus. L’ha agguantato per un soffio. Sbuffa, scalcia. E’ salito ma non vuol che parta. L’autista ignora e muove, vuole correre. L’uomo non s’accontenta, vuol far salire altre lingue sdraiate. Apre la porta a forza, mentre il carro corre. Già qualcuno grida di spavento: fermo autista, ma lui non  sente. Ristà nella sua opaca blindatura. Le lancette corrono. L’uomo s’arrabbia, sgamba e s’avvinghia. Poi s’arrende, di strada se ne è già fatta. Percorre la carrozza, raggiunge l’autista e lo offende: culo, cazzo, sono mille parolacce. L’autista di rimando: ubriaco, marocchino. Un vecchio ascolta, muto.  Pare Raymond Queneau.