Posts Tagged ‘Porta Nuova’

Materiale di risulta

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Materiale di risulta. Io ho gli occhi consumati di chi ama. Mi risveglio con la testa incastrata in un sedile. Un piede si allunga sulla plastica. Una giovane madre meridionale abbraccia una bimba. Il padre le parla nella propria lingua. Lei risponde titubante: talora sì, talora ja. Sulla polvere della stazione un soffio di spazzatura si libra nell’aria. Seduto al tavolo di un bar osservo l’andirivieni rampicante dei rami gremiti di formiche. Annego gli occhi in una macedonia di detriti. I vecchi si trascinano oltre le banchine. In un’orgia di ingrato suicidio hanno tutti deciso. Di partire per il mare.

Materiale di risulta

->Skyline ferroviario<-


Un’intenzione sbiadita

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Non smette di gridare dentro un telefono. Usa le cuffie come una membrana che la separa dal mondo. Tiene il capo chino sullo schermo. Agita le dita sui tasti mentre parla. Ai genitori elemosina un passaggio; ad un’amica, la spesa. Pare che tutto il suo essere si sia ridotto in quattro pollici di schermo. Tiene le gambe accavallate per raccogliersi dentro una borsa. Il treno sbuffa, lei lo ignora. Nasconde il passato in una borsetta. Strepita fra coste di velluto nero. Sulla smorfia che la taglia il viso riluce una perla. Un’intenzione sbiadita. La donna che non ha saputo diventare.


#LaStrada

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Un mattino ti svegli e decidi di documentare un breve viaggio. Da Torino a Santo Stefano Belbo. Cesare Pavese lo faceva fumando. Chiedi a chi ti segue di suggerirti un hashtag. @AsinoMorto sceglie. #LaStrada. L’autobus tarda, la metro ingoia. Il treno manca e fai il barbone in libreria con Fernanda Pivano. Lungo la ferrovia la pianura si spacca, torna collina e mammella. Ci si attaccano contadini e immigrati, ucraine e polentoni. Ad Asti osservi la neve in un deserto. La quiete dei filari, un monumento ai caduti. @antonioprenna te lo racconta. La terra ci parla: ma noi, come la interpretiamo?

Ecco un regalo di @beppepiras / @PaveseCesare

->Un regalo di Beppe Piras<-


Un padre gridava

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Occhi verdi tagliavano il bordo del tavolo, si nascondevano in una tazza di tè. Un padre gridava. Accumulava ira sulla schiena di un figlio. I fiori del vestito di Alba consumavano feriti un soffio di lana. Le mie indecisioni salivano dal basso, si esaurivano irrequiete in un boccale di birra. I neri si accalcavano sulle ringhiere di una libreria. Le voci scorrevano sotto i portici senza più raccapezzarsi. Il distacco si celebrò nella vecchia stazione. Fu lì che lasciammo alle spalle ciò che eravamo. Il viaggio ripartì dopo un giorno. Un convoglio si perse verso Est, senza tornare a casa.

#Torino - Lacrime felliniane al Museo del Risorgimento / @TorinoStoryTell

->Lacrime felliniane<-


Tornarono in 21

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Cosa ricorda la città? Da Torino furono deportati 246 ebrei. Uscivano dalle Carceri Nuove alle prime ore del mattino, e attraversavano il deserto di Corso Vittorio Emanuele II. Li caricavano sui carri bestiame insieme ai prigionieri politici. Cinquanta o settanta per volta. Loro consumavano gli occhi nel bruciore: cercavano di scorgere qualcosa, un’ultima immagine di casa. Attraverso le pareti del vagone. Oggi li ricorda una lapide: “Partirono da questa stazione / i deportati politici per i campi di sterminio nazisti / A chi rimaneva lasciarono la consegna / di continuare la lotta contro il nazifascismo / per l’indipendenza e la libertà”. Tornarono in 21.

Nuvole ad alta velocità. / @danieledantonio @muuffa

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Io resto nel mezzo

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Appoggia una mano sulla giacca, lei me li chiede al contrario: dice che non glieli darò. Io la ascolto senza compassione, perché mi sono abituato a non incrociare gli sguardi. La povertà ama nascondersi nella follia. La donna non si rammarica, allunga ugualmente una mano sul bancone. E’ il barista a fermarla in tempo: consegnerà lo stesso croissant ad una pancia più grassa, purché abbia pagato. Io resto nel mezzo. Mi trastullo su una schiena spezzata, chiedendomi invano se la culona inglese seduta qui accanto si sia fatta un’idea: dell’alone di piscio che copriva insalubre tutto ciò che ha mangiato.


Sotto sta l’Italia

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Il capotreno mi guarda senza occhi. Sospira mentre gli chiedo dei lavori che rallentano la linea. Ormai è un campo di battaglia, dice. Davanti a me un uomo invecchiato si stringe in una giacca sdrucita. Una dura lanuggine gli circonda la testa. Gli occhiali lo incorniciano sotto le cuffie di un mangianastri. Una voce esce stridula e veloce dallo spinotto. Il motore fatica in salita, sbuffa ricolmo di sabbia. Attorno non restano che i campi, e nude file di pioppi. Una donna malconcia si irrigidisce sullo schienale. Tre monelli si chiudono a cerchio in mezzo alla carrozza. Sotto sta l’Italia.