Posts Tagged ‘Piazza Vittorio Veneto’

Ora lo so e ne godo

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Carlo bestemmia contro l’imborghesimento del quartiere. Io mi gratto la barba e guardo nell’acqua. Il bar è un accumulo di ossa. Il sapore delle bevande si nasconde nel ghiaccio. L’umidità cola dall’esterno, fra cappelli peruviani e rumeni che urlano al semaforo. Non è tempo per nuotare. Consumiamo alcool per ottundere le urla dell’oste. Attorno al tavolo la voce si spande senza tregua. Cosa mi ha portato qui? Forse la nostalgia di un anno antico. Il primo kebab consumato di notte. Ero seduto su una pietra, guardavo i marocchini con inconscio disprezzo. Ora lo so e ne godo. Sono dei loro.


Io non seppi consolarlo

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Mi chiamò per cingermi di pietà, o forse soltanto per avere un’ulteriore conferma. Io ero già nel fiume, nuotavo fra brandelli di carne in putrefazione. L’obitorio aspettava sui Murazzi. I cadaveri si affollavano in un antro buio. Scampoli di gambe e di braccia vagavano nella corrente. Bevevo acqua putrida, sotto un cielo grigio di nebbia e sangue. Non c’era confine, oltre quel cupo orizzonte. Ai ponti non avevo più accesso. Lo vidi in un canto, mangiava di sé e si disperava. Io non seppi consolarlo. Il freddo mi spezzava il ventre, impedendomi di parlare. Invocai la morte, ma non sopraggiunse.


Qui era un calciatore

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Un uomo aspettava fuori dal cinema, imbracciando un fucile. Scivolammo in una bottega ricolma di spezie contrabbandate. Fu un discorso breve, allucinato e stanco. Mi confessò di avere perso la felicità. La abbandonai nel fulcro della piazza, fra sagome di stoffa. La notte attuffava lo sguardo sui portici deserti. Un ubriaco correva nudo sulla strada. I neon affioravano obliqui da un cartellone spaccato. La polizia attendeva sulla breccia della ferrovia. L’auto rimbalzò oltre il fango. Si capovolse nella neve, mi svegliò. Un porco mi guardava dal vetro di un fuoristrada. In Bosnia sarebbe stato un mafioso. Qui era un calciatore.


Parole vane

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L’alba aveva il sapore di una carezza violenta. Era cemento scavato da braccia spesse. Coltre di vento che spazzava il cielo. Il velo di una bimba araba si affrettava sul selciato. Il sacro palazzo sbuffava di sale in un cielo terso. Io mi chiudevo sospettoso sotto gocce di vernice. Perdevo gola e sangue fra riarsi dubbi. Poi lasciavo che fosse la stanchezza a consolare le mie membra sfrante. Parole vane. Ascoltate a lungo. Una porta chiusa nella profondità dell’animo altrui. Non rimaneva che uno sguardo innocente. Inseguiva incrollabile la mia voce. Nutriva la speranza. Poi naufragavo a notte, fra onde fuggiasche.


Odia un uomo

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Eleonora mi aggredisce pensosa. Odia un uomo. Lo accusa con parole volgari. Tradisce il desiderio di amare. Veste un’aggressività meschina. Non la sapevo tanto violenta. Si nasconde fra le debolezze di un amico. Racconta opache menzogne. Rivela un astio minaccioso. Cercherà vendette notturne. Si racconta con vergogna. Costruisce un dialogo impossibile. La incoraggio senza convizione. La superficialità percepita vorrebbe farmi ammutolire. Il sonno incombe, paralizza la contemplazione di un futuro morto. Il caotico fumo della noia la accarezza. Una pungente umidità ne scolora il trucco. Nasconde fra occhi sabbiosi uno zolfo luciferino. Implora una tradita missione di piacere, poi piange.


Vedono il nulla

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Invidie e pretesti. Piccoli capi rincorrono gloria vana. Si ostacolano, si mordono come stupide prede in gabbia. Soffocano stuoli di servi. Guardano bestialmente all’odore del sangue. Vedono il nulla. Qualcuno, incerto, li segue. I più semplicemente li sopportano. Il disprezzo li racchiude: non comprendono la legittima rabbia, il conato immobile degli inermi. Il prezzo da pagare sarà altissimo. Basteranno pochi violenti a soffocare il desiderio di libertà. Ma quando le istituzioni escono dal loro corso, i cittadini se le riprendono. Nulla è scritto, eppure tutto è prevedibile. Qualcuno tirerà sassi, senza capire che la parola è riappropriazione. Il tempo ci guarirà.


Morte parole lucide

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Giuliana mi attende sotto la pioggia. Si affretta seria verso un ristorante affollato. Orde di turisti circondano la nostra intimità. E’ un lungo riavvicinamento. L’antica ruggine pare essersi dissolta. Ha scritto parole intense, che grondano emozione. Provo a raccontarle di me stesso. Mi incuriosisco del suo vissuto. Da mesi non lo lambisco. Ha abbandonato la politica, è rientrata in se stessa. Ora mi appare più matura e sapiente di quanto già non fosse. Non nasconde una comprensibile fierezza. Ci riconosciamo ancora una volta. Fiori non sbocciati. Membri disillusi di una generazione tradita. Siamo calici colmi di vino. Morte parole lucide.