Posts Tagged ‘Piazza Statuto’

La tirannide torna

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La tirannide torna. S’annida nel grigiore arso del quotidiano. Ti ripiomba violenta in passate conseutudini. Nasconde la gente nelle case, si fa megafono che ride sarcastico su crepati marciapiedi. Chiude anticipatamente le stagioni, impone un inverno nel mezzo dell’estate. Indossa la convenzione dell’uniforme. Urla derelitta, senza poterti riconquistare del tutto. E tu resti lì, ebete di fronte ad una madre che violenta suo figlio. Speri in una pietà che le è sconosciuta. Sai che vincerai la guerra, ma di combattere una sola battaglia non hai voglia. Questa volta non ti ucciderà, farà di te un uomo più forte. Inutile consolarsi.

La tirannide torna

->Ci salveranno le nuvole<-


Pista ciclabile fantasma

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Pista ciclabile fantasma. E’ da qualche mese che mi chiedo quale forma avrà la ciclabile di Piazza Statuto. Senza venirne a capo. L’altro giorno – passando per caso da via Garibaldi – ho notato alcune auto ferme in mezzo alla pista. Ho pensato che fossero parcheggiate abusivamente. La pista, appena tracciata, gli era nato attorno. Quasi un blitz: una striscia che taglia in due la piazza, esponendo tuttavia i ciclisti a grossi rischi. L’impressione è che chi disegna le piste ciclabili non usi la bici. Immagino che ci sia buona volontà, ma continuiamo a scontare una forte mancanza di pianificazione.

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->Ignorate le piste ciclabili<-


Cio che fai non serve

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Non hai coraggio d’ammetterlo. Cosa? Che non ti piace, ciò che fai non ti piace. Ma che dici? Ho studiato per questo. Sì, tu hai studiato; ma per fare la bella vita. Ora cosa ti tocca fare? E che avrei dovuto fare? Leccare il culo per guadagnare qualche euro in più? Ma no, avresti dovuto liberare la tua creatività, essere te stesso senza preoccuparti di sopravvivere. Oggi, ne saresti felice. Io? Oggi sarei un fallito, vuoi dire. E non è il caso che tu lo sia già? Guardati bene dentro. Ciò che fai non serve. E’ questo, il vero fallimento.


Al resto pensa la retorica

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La tirannide non nasce nelle stanze della politica. E’ nei nostri comportamenti acquiescienti. Cresce tutte le volte in cui diciamo sì senza essere d’accordo, rinunciando a sanzionare comportamenti che non condividiamo moralmente. Di questa debolezza, gli Italiani sono professionisti. A tutto troverebbero una scusa, soprattutto se si tratta di difendere un fuorilegge. L’arrendevolezza con cui gratificano i potenti affonda in secoli di dominazione straniera: da quando sono liberi non hanno fatto altro che cercare un dittatore. Al resto pensa la retorica. Gli Italiani brava gente, la grandezza di Roma e il cuore di mamma. Poco importa, se la Patria muore.


Eravamo cinque

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Gli studenti sfilavano fra nasi rossi e arnesi di cartone. Il sole abbagliava una foglia d’insalata. Un marocchino ci lusingava invano. Eravamo cinque. ognuno chiuso in un cammino spezzato. Berto sarebbe rimasto senza lavoro. Era sempre parso il più sicuro, ma nascondeva una mite debolezza. Ora rifiutava l’inevitabile. Diceva che non avrebbe cercato. Mentiva, provava vergogna. La sua era la rabbia di mille. Lo guardammo consapevoli dell’abisso. Eravamo una generazione buttata via. Pensandoci ritornammo esausti al nostro stallo. Gli occhi si posarono su inconsapevoli parassiti. Valevano meno della metà e guadagnavano più del triplo. Godevano, finché la vacca aveva latte.

Viva i lavoratori (del mare). #primomaggio

Viva i lavoratori (del mare)


Fugge dietro uno schermo

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Rompo il muro che mi separa da un amico perduto. Mi sforzo di cominciare la stagione del disgelo. La sua parola fluisce come un tempo, ma non mi segue con lo sguardo. Fugge dietro uno schermo. Costruisce scenari catastrofici. Lamenta l’assenza di un’alternativa. Ricordo come le sue profezie di sventura abbiano spinto la nostra divisione. Eppure, riconosco la lucidità dei suoi ragionamenti. Sembra vedere le cose con ardita prospettiva. E manifesta il timore che nessuno confessa: guerra. La vive come un irrisolto destino. La accarezza nel dubbio novecentesco del Nazismo. Condivido le sue paure, ma non più fino in fondo.


Temo cadere all’indietro

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Occhi piccoli si sollevano sopra le lenti. Mi parlano dal seggiolino di un autobus. Io scendo terrorizzato, cerco il diavolo fra le piante. Lui un calcio nel culo non me lo da, dice solo che posso rovinarmi colle mie mani. Sarà per questo che quando cammino mi guardo la schiena. Temo cadere all’indietro. Ogni istante passato senza pedalare accumula collera. Fuori non la manifesto, preferisco che si sfoghi dentro e lo stomaco me lo distrugga. Nell’esofago a volte ci nascondo le chiavi inglesi. Sono il mio segreto per sopravvivere. Quando tutto sembra crollare, io ricomincio ad avvitare ossessivamente i bulloni.