Posts Tagged ‘Madonna di Campagna’

E’ successo

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Mi ci trascinavo colle braghe corte. Alzavo un soldino sul banco, supplicando una caramella al latte. La lattaia mi guardava con austerità: molto non sorrideva, ma era gentile. Ci si attardavano le donnette del quartiere, prese fra una borsa e il braccio di un nipote viziato. Poi a una cert’ora chiudeva, e io mi chiedevo se nella latteria ci dormisse, o ci vivesse. Non mi capacitavo di come tutti comprassero il latte. Solo il pane mi sembrava necessario. Eppure, sapevo che senza quel negozio il mio rione non sarebbe più stato lo stesso. E’ successo. Oggi è un compro oro.


Ferito, fuggitivo

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L’umiltà ci attende spoglia, consuma blandamente le parole. Si solleva su tacchi di verde metallo. Io resto, le palpebre si chiudono. Mi riportano sulla via del vecchio Arturo, ma non ritrovo il suo caffé. Affogo in una coltre di pioggia infangata. Sono forse parole vane? Conta comprendere, perché nessuno legge. Poi le forze mi tradiscono, io cado nel sonno più duro. E qui monta la falsa condanna: l’irrimediabilità di una scelta compiuta. L’amore di chi non ha compreso. Ferito, fuggitivo. Segnerà la riappacificazione con una mite sorella. Resterà violento negli occhi di una statua. E mi carezzerà, senza dire alcunché.


Sotto sequestro

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Negli anni ‘80, i quartieri di periferia  erano colmi di botteghe. La lattaia, una pizzeria, la panettiera. Attorno all’asilo si affollavano fruttivendoli e calzolai. Gli operai, rincasando la sera dalla fabbrica, parcheggiavano l’auto davanti ai giardini pubblici e percorrevano una città vivibile. Il mio quartiere oggi è diverso. Se ci cammino, non fanno che saltarmi agli occhi i compro oro. Sotto casa ho un centro scommesse. Sotto sequestro. Al centro massaggi cinese potrei andarci a piedi. I bar sono così colmi di macchinette mangiasoldi che ormai potrebbero smettere di dar da bere. Lo attraverso in bici, non mi ci fermo.


E io soffoco

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Il caldo torna. E’ un grido che sgorga alla fermata dell’autobus. Una decina di mocciosi prende a calci un muro. Li spavento, mi oppongo. Ma non riesco a biasimarli. Crescono nella desolazione, si abbracciano spaccando ciò che vedono. Le loro madri restano in piedi, aspettano che l’ignoranza si spenga prima di sedere. Sono figli di muratori marocchini ed eletricisti rumeni. A primavera giocano in mezzo alle macerie. Mi chiedo se riusciremo a dargli qualcosa. Non dico una coscienza civile: un timido segno di speranza. I cimiteri si riempiranno di errori, prima che qualcosa cambi. E io soffoco. Resto senza voce.


Poi smisero

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Ci tornai che Arturo era morto. I cani latravano nel campo, sul grano tagliato. Le zanzare succhiavano sangue, il fiume correva impazzito. I due vecchi si difendevano in silenzio. Leggevano libri, sperando che nessuno si ricordasse di loro. Lei teneva la luce spenta, lui lucidava il fucile. A vincere non sarebbe bastato, ma se quelli fossero tornati uno o due li avrebbe impallinati. Sì, era andata così. Del resto, non si poteva pensare che una massa di ignoranti accettasse in eterno il rincaro della benzina. Un capro espiatorio avrebbero dovuto trovarlo, prima o poi. Avevano cominciato ridendo. Poi smisero.


Io resto a Torino

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Gli occhi si stringono. Puzzano come carcasse di animali morti. Diventeranno merende per i figli del popolo. Sradicano frammenti di asfalto da un letto umido. Sono lampioni stinti di pioggia rugginosa. Corrono fra file di montagne blu. Non so chi abbia rubato la luna. Io ho soltanto voglia di dormire. E mi agito spento, fra le molli agonie di uno pneumatico. Cerchiamo tutti una ragione per rimanere. Non vi sono motivi, se non la strenua volontà di tenere abbracciati i pezzi racconci di cui abbiamo coscienza. Ecco, hanno appena licenziato un amico, prigioniero di certezze ataviche. Io resto a Torino.


Chissà che ne è stato

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Giocavamo al pallone in mezzo alle immondizie. L’aria sapeva di torbido, e quando la respiravi di corsa erano boccate di fumo. Il mister aveva i baffi, lo sguardo da poliziotto e la bestemmia facile. Chi non aveva i piedi buoni, ci metteva la grinta. La maglia era blu e bianca, non ci soffrivo ma la sentivo mia. Oggi il campo è un prato spelacchiato fra vite che cascano a pezzi. Chissà che ne è stato. Le righe sbiadite forse tracciavano già il segno di molti naufragi. Ora le ombre si accalcano lì sopra. Lo leccano la notte. E’ roba finita.