Posts Tagged ‘Fiume Po’

Il femminicidio altro da sé

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Alla fine di un’estate autarchica, la cronaca locale è monopolizzata da due casi eclatanti: una prostituta nigeriana del cui assassinio è accusato un aspirante scrittore e un’immigrata marocchina trucidata a coltellate. Donne? No, extracomunitarie ammazzate sul Po. Una salgariana collana di racconti esotici. Il femminicidio altro da sé. Aspettando che siano i giudici ad appurare la verità, bisognerebbe cogliere l’occasione per riflettere sul fatto che alcune aree della città – le periferie e i fiumi – sono fuori controllo. Torino faccia come Napoli: getti la maschera e riapra le case chiuse. Non costruisca, riqualifichi. E ripopoli i fiumi di barche.

->Paolo Rumiz, Viaggio sul Po (2012)<-


I semi non li sputavamo

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Johnny aveva una cicatrice sul volto, lo passava da parte a parte. Le angurie le affettava col coltello a serramanico; di quando era stato in prigione non parlava più. C’eravamo anche noi, fra i suoi clienti. Non ci guardavamo troppo intorno, perché di donne ce n’erano: erano bionde, ma non erano sole. I rumeni cominciammo a conoscerli lì, annusandoci male fra due cosce e un culo. I semi non li sputavamo. Ci alzavamo a pancia gonfia, sotto il buio sfranto della collina. Uccidevamo la notte all’autolavaggio, a giocar con le pistole. Il cocomeraio no, una ruspa se lo portò via.


Frastuono ovattato di fiume

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Gialla spossatezza. Si consuma su un prato freddo e distante. Si allunga sull’acqua, nel fallimento di un tramonto precoce. Sospeso su due ruote divido la città. E’ una brezza umida che accarezza il collo. Lambisce di sudore una vanità perduta. Ha sapore di riso bianco. E’ immobile abbandono dietro a una finestra. Frastuono ovattato di fiume. A sera mi coglierà esausto. Mi divoro dal dubbio di aver detto troppo. La voce è secca per il troppo gridare. Ricordo i volti, uno ad uno. Lo stupore. Parole da loro non dette. E mi chiedo, se davvero io sia stato giusto.


Qui era un calciatore

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Un uomo aspettava fuori dal cinema, imbracciando un fucile. Scivolammo in una bottega ricolma di spezie contrabbandate. Fu un discorso breve, allucinato e stanco. Mi confessò di avere perso la felicità. La abbandonai nel fulcro della piazza, fra sagome di stoffa. La notte attuffava lo sguardo sui portici deserti. Un ubriaco correva nudo sulla strada. I neon affioravano obliqui da un cartellone spaccato. La polizia attendeva sulla breccia della ferrovia. L’auto rimbalzò oltre il fango. Si capovolse nella neve, mi svegliò. Un porco mi guardava dal vetro di un fuoristrada. In Bosnia sarebbe stato un mafioso. Qui era un calciatore.


L’ira degli dei

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E’ l’alba. Non so ancora se Torino ha retto all’ondata di piena. L’ira degli dei. Po, Stura, Dora e Sangone sono statue arrabbiate. Mentre mi accingo a tornare in strada, la memoria affonda nel 1994 e nel 2000. Negli ultimi venti anni abbiamo continuato a consumare territorio. Viviamo ogni anno la nostra stagione dei monsoni. Se non altro, abbiamo imparato ad organizzarci. Ovvero, non sono così stupido da pensare che ieri Twitter abbia salvato la città, ma mi illudo che in queste ore l’hashtag #allertameteoPM abbia contribuito a trattenere alcuni fra le pareti di casa e lontano dai ponti. Coraggio, si riparte.


E’ come una guerra

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Il partito del cemento piange lacrime di coccodrillo. Non ha mai smesso di riempire le casse dei Comuni a suon di oneri di urbanizzazione. Continuerà a ungere come ha sempre fatto. Si è giovato di condoni edilizi, ha potuto violare sistematicamente le leggi che proteggono il suolo. Nelle private stanze già smette i finti panni del lutto per fregarsi le mani. Ciò che fiumi e montagne portano via dovrà essere rimesso a posto. E’ come una guerra. Ad arricchirsi sono gli infami. Ma noi, ci faremo fregare un’altra volta? Passeremo dalla commozione all’apatia della distrazione? Intanto, l’acqua continua a salire.

Calogero D'Angelo Favata - Turin

->Calogero D’Angelo Favata – Turin<-


Cambiare ancora

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Le ruote leccavano l’asfalto. Arrampicandomi sulla collina pensavo a quell’antico giorno in cui salii a Superga con il povero Giovanni. Ci fermammo in un vicolo mozzo per far respirare il motore. La vecchia FIAT non ripartiva. Allora continuammo a piedi sino in cima, sotto un sole gelido. Il vento spazzava la città. La notte si approssimava feroce e dubbia. Guardai Torino per pochi istanti. Mi aveva parlato troppo spesso per non sapere che me lo chiedesse. Cambiare ancora. Vedevo arrivare il generale inverno. Era uno schizzo di neve fra le forche arrabbiate di un trattore. Tornerà presto, e lo ricacceremo.

bbcworldservice - Images of the air disasters

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