Posts Tagged ‘Fiume Po’

Senza sapere dove

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Fra molli condizioni imprecisate, io vorrei soltanto sedere davanti al fiume. Osservare di nuovo le foglie che passano sull’acqua. Ascoltare sul petto l’aria immobile e fresca. In rassegna scorrono tutti. Gli attimi sopiti di notte. L’ebbrezza provata in un’altra città. Le urla vane sedendo fuori. Un carro che spazza il selciato. E mi sprofonda sullo schermo. Lontano da qui, io non so chi lo guardi. La strada si taglia in due sotto i miei piedi. La fronte sale, accoppia balconi e finestre. Si chiede quante vite, quante luci muoiano. Il rumore rastrella sonagli di un secolo chiuso. Senza sapere dove.


L’acido qui riluce

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Lo schienale non si poggia sulla sedia. Il groppo in gola è troppo denso. L’aria sbocca dalla finestra in una crepa di sole. Io contemplo la plastica vuota, i capelli caduti sul tavolo in quindici lunghi anni. A volte provo a rimettere insieme i pezzi, l’ambivalente rabbia con cui mi ci sono messo. E non riesco a percepirne il significato. Nelle mani non riconosco i calli, per capirlo dovrei rincorrere un volto invecchiato che cambiò giorno dopo giorno. Preferisco scendere nudo al fiume. Immergermi senza fiato nella melma. E succhiare sangue. Affogherò in arsi sterpi di rame. L’acido qui riluce.


Io siedo sul muretto

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La strada è gonfia d’acqua. Difende le colline con le barbe degli alberi. Si ergono marroni nella penombra. Filtrano le luci di un paese in festa. La sabbia corre oltre il dirupo. Riempie le orecchie di un sibilo orgiastico. L’antico monastero affiora dalla roccia: due donne lo accarezzano guardando nell’abisso. Io siedo sul muretto. Comincio a ricordare i passi che mi hanno condotto sulla vetta. Lo stomaco si gira in basso. Vorrebbe divorare pane. All’apice di ciò che cercavo era forse il nulla? La realtà si ricompone di pelle sparsa. E’ sangue verde di palude. Le parole che non dico.


Io non seppi consolarlo

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Mi chiamò per cingermi di pietà, o forse soltanto per avere un’ulteriore conferma. Io ero già nel fiume, nuotavo fra brandelli di carne in putrefazione. L’obitorio aspettava sui Murazzi. I cadaveri si affollavano in un antro buio. Scampoli di gambe e di braccia vagavano nella corrente. Bevevo acqua putrida, sotto un cielo grigio di nebbia e sangue. Non c’era confine, oltre quel cupo orizzonte. Ai ponti non avevo più accesso. Lo vidi in un canto, mangiava di sé e si disperava. Io non seppi consolarlo. Il freddo mi spezzava il ventre, impedendomi di parlare. Invocai la morte, ma non sopraggiunse.


Nuotare a braccia

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La bellezza è in riva al fiume. Vuole che il sole resti. Si accovaccia sul legno e guarda la barba delle colline. Ha voce straniera, ma è un’eco conosciuta. Sul tavolo il calice è vuoto, confida segreti ad una cicca. La canoa rotola nella corrente. Io aspetto che il fuoco salga, allungo un piede sulla panca. I graffiti colano sul petto di una mosca verde. Gli occhi dannati di Giulio mi scavano un buco nella memoria. Ogni suono è saturo. Una bicicletta sull’altra sponda mi indica il passaggio segreto verso la vecchiaia: abbandonare il timone alle spalle. Nuotare a braccia.


L’ascensore s’è rotto

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Due vite si specchiano sul fiume. Un uomo, una donna. Si raccontano il cammino che lì li ha portati, per caso. Sono strade irregolari. Costruite di notte, lontano dal marciapiedi. Hanno sudato fatiche non loro. Si sono sottratti alla vita più facile. Ora si guardano negli occhi, onesti e svuotati. Sino a questo momento hanno corso senza paraocchi. La fatica è stata doppia, perché oltre a seguire il cammino segnato gli è sempre toccato sentirsi diversi. Adesso non cercano ori o monete. Vorrebbero soltanto continuare a coltivare la loro curiosità, ma si chiedono se l’Italia glielo concederà. L’ascensore s’è rotto.

Turin

->Calogero D’Angelo Favata – Turin<-


Ginocchia frantumate

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Ginocchia frantumate. La vecchiaia si annuncia blanda al culmine di una finta giovinezza. Derubati del sonno ci ritroviamo in una casa di campagna. I vecchi amici ed io. L’affetto cancella le cesure politiche, i vizi ideologici, le sfumature di significato. Un incendio consuma la valle più vicina. Il vento lo trascina da un versante all’altro della montagna. Non diventeremo mai ricchi. L’onestà ci brucerà di sopite invidie. Eppure riusciremo sempre a ricostruire una somma quiete. Lo schermo continua muto a violentare lo sguardo. Vi implode un modello destinato a morte certa. Gli italiani cercano casa, correndo in mezzo ai rifiuti.