Posts Tagged ‘Corso Regina Margherita’

Va’ via, Italia

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Va’ via, Italia. Lasciami a me stesso. Sali di notte su una nave sporca. La troverai giù al porto, dove nessuno più si volta indietro. Io non ti biasimo: tutti ti amano, ma nessuno ti è fedele. Io non posso scegliere. Ha deciso tutto la penna. Il mio amore perfetto è il contrappasso dell’impossibilità di viverlo. Si nutre di una immensità non corrisposta. Sono io che non ti lascio, resto qui mentre tu parti. Aspetterò che in punto di morte tu torni a curare i miei occhi ciechi. Allora ti racconterò, di ciò che poteva essere. E non è stato.


Siamo tutti, sopravvissuti

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A parlar del vuoto, poi ci si casca. Ettore il libro lo sfoglia, ma non lo leggerà. Io non ci faccio una piega. L’importante per me è tornare in sella alla bici. I pedali cigolano su una brezza che si farà tempesta. Sulla piazza il cemento è impacchettato. Te lo regalano a pezzi, come il torrone. I bambini non possono salire sul convoglio. Una maestra li trattiene per terra. Se mi guardo attorno non vedo che paura. Una donna peruviana riesce a distogliermi. La figlia le cade di testa: lei la rigira, e non se ne cura. Siamo tutti, sopravvissuti.


Le cene in piedi

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Un culo mi guarda mentre salgo le scale, si appoggia su alti tacchi di sughero. Riappaio nel buio, sotto un cartello anarchico. I fumi dei kebab si illuminano di neon, dei ricchi si fanno beffa. Le bottiglie cadono senza rompersi. Un vecchio eroinomane parla con sua figlia: discorre del più e del meno fra un piercing e i capelli grigi. Una nera incinta mi chiede la strada: io le mostro le luci del quartiere. Ormai ci dormono soltanto i vecchi. La stanchezza è una lenta morte. E resto sveglio, davanti allo schermo. Io non le amo. Le cene in piedi.


Ecco, siamo questo

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La penna stilografica è lì, immobile e magnifica. Non ha mai scritto una lettera dell’alfabeto. Del suo pennino d’oro mi ero dimenticato. Segna un percorso interrotto, la laurea conquistata studiando di notte. I sogni di una generazione precedente alla mia, ciò che i vecchi contadini a cui devo il sangue non avrebbero mai potuto immaginare. Ecco, siamo questo. Abbiamo risalito per secoli un crinale irraggiungibile, ci siamo arrampicati sulla montagna a mani nude: senza immaginare che nascondeva alle sue spalle un inevitabile precipizio. Non c’è tempo per godersi il sole. Ora impareremo quanto sia amaro provare a scenderne senza precipitare.


E fanno bene

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Solcano l’indifferenza per sopravvivere. Quando arrivano conoscono una parola sola, ma in capo a due anni parlano meglio di te. Ti guardano con occhi immobili. Saltano da un lavoretto all’altro, con somma dignità. Strisciano silenziosi lungo l’asfalto di un semaforo. Camminano radiosi in una libertà a te sconosciuta. Una giovane coppia davanti, una vecchia poco più dietro. Il futuro gli appartiene: per la fatica che compiono, per il desiderio che hanno. Perché si sono lasciati alle spalle un’infanzia di torture. Chiedi della Romania, ti rispondono dell’Italia. E fanno bene. Sono gli unici, che se la meritano.


Il molle fiato

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Accecata foga blu. Si stacca immobile da una parete. E’ un’attesa senza arrivo. Sbadiglia di paura. Mi racconta arcane dietrologie, ma lo fa in buona fede. Io mi rinserro in una forca storta. Copro di pezze la mia pelle esausta. E scivolo, oltre le mura. Su rotaie rincorse dai topi. Un vecchio mi guarda ebbro. Ha un respiro di muffa francese. Risalgo fra fari spenti. Le case finiscono, cadono in una mista boscaglia di stufe arrugginite. Materassi slegati, scheletri di vetro. Una freccia di fosforo si dimena nel buio. Sì, bisogna correre su due ruote per sentirlo. Il molle fiato.


Cerco voci spezzate

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La fabbrica della morte spacca la notte. Si distende oscura fra pieghe invisibili. Sprofonda sottoterra, insinuandosi dentro l’asfalto. E’ nascosta da arbusti clandestini. E’ ruggine sottratta alla luce. Si impone in un silenzio interno. Rotte lamiere sfilano al suo cospetto. A contemplarla non resta che l’irrequieta solitudine deserta del parco. Nemmeno le prostitute si soffermano più fra le sue spoglie. L’intera città l’ha rimossa. Ora è soltanto un buco in una mappa immobile. Mi fermo ad osservarla. Cerco voci spezzate. Mi arrampico su spente ciminiere. Mi addormento fra le pieghe di un cancello. Sono finito, e gli operai con me.