Posts Tagged ‘Corso Giulio Cesare’

Un filo di metallo cigola

No Comments »

Mentre la luce si chiude, le nuvole tagliano rade croci ortodosse. Io mi inerpico in una molle rotonda di metallo. Gli spazi si aprono, il sole riga di onde l’asfalto. Nessuno si cura della bellezza. La sopravvivenza è troppo essenziale per pensarci. E’ desolazione retta. Puntelli di legno e ferro rimbalzano su crateri incatramati di noia. Lo sguardo di un bimbo incerto. Una porta che non si chiude. Moriremo di pensieri interrotti. Cingeremo aria strappata ad un braccio che non siamo riusciti a trattenere. Un filo di metallo cigola. Sollevo lo sguardo, e cerco nel vuoto.


Mia madre

4 Comments »

Marzo, 1954. Le signore sbattono i tacchi sul selciato di Porta Nuova. L’aria è fredda, montagne di neve si accumulano sul marciapiedi. Torino aggredisce gli occhi di una bambina. Un tram la trascina a Nord, nel gorgo gelato di Settimo. Un uomo l’aspetta in una baracca. Ha gli occhi stanchi, il sangue nero. La guarda mentre tiene per mano la sua donna. Coglierà erbe di girasole, divorerà un culo di salame. Farà cadere gli occhi oltre la finestra, lungo la vita nuova. L’orrore di una bialera. Il ponte rotto dei migranti. Ciò che si dimentica, senza diventar razzisti. Mia madre.

Giampaolo Squarcina - Infinito Metropolitano

->Giampaolo Squarcina – Infinito Metropolitano<-


Io ho visto

No Comments »

Io ho visto. A Nord, dove Torino si trasforma in Novi Sad. Sotto le torri, fra gli orti sprofondati dentro le curve. Nelle immondizie lasciate dai fuochi delle prostitute. Colonne di neri camminare. Salire ponti, solcare il tramonto col vestito della festa. Carichi di borse, fra le auto incolonnate. Un pellegrinaggio disperso e nobile. Solo quando scenderemo dai nostri carri riusciremo a percepirlo. A vedere la città con altri occhi. A capire quanto decenni di etere ci abbiano distratto dai luoghi in cui viviamo. I nostri Balcani cominciano lungo i fiumi. A piedi nudi, dovremmo riscoprirne il senso. Prima dell’alba.


Busserò alla porta

No Comments »

La mia testa è un fungo umido. Si immerge nella violenza della nebbia, oltre uno pneumatico che sibila di acqua sporca. I vermi risalgono dalle crepe. Infestano di colori obliqui le azioni più immobili. L’acqua forse mi salverà. Ho deciso di nuotare fino alla fine del giorno. Riemergerò in una coltre di sabbia dorata. Mi risveglierò nel mare calmo. Sulla spiaggia troverò poche case. Le pareti rosse, i tetti marroni di frasche. Busserò alla porta. Mi daranno da mangiare mandorle e fichi. Poi camminerò con loro, sulla scogliera. Insieme aspetteremo che la nave arrivi. Smuoverà le onde irrequiete del Mezzogiorno.