Posts Tagged ‘Corso Giulio Cesare’

Languido serpeggiare

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Languido serpeggiare. Il respiro è un muto allargar di spalle. L’affetto ha il potere di occludere e consumare. Lungo la riva del fiume mi sono nascosto in un vecchio pisciatoio. Dalle fessure umide e marcescenti osservo le macerie del liceo. In mezzo alla strada sta l’uomo che non sono diventato. Il chiarore di immote e violente pupille. Il fallimento è di chi non si dà il coraggio di leggere la poesia. Il veleno scende lungo la schiena, ha il vezzo di dirsi silenzioso. Il tramonto in cui cammino ha subìto il futuro. Un desiderio vano, a cui non porrò rimedio.

Languido serpeggiare

->Sono tornato sulla Dora<-


Soltanto un urlo

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I papaveri corrono lungo l’autostrada. Si fanno largo tra spighe grige, sopra fiori bianchi ed erbe violacee. A dispetto di tutto, germogliano nel sudato declivio del mio petto. C’era una scritta sul ponte, ma qualcuno l’ha cancellata. Celebrava un vecchio ciccione che inneggiava al razzismo. Ora è coperta da una toppa di vernice. Se possibile, è ancora più inquietante di prima. Ha assunto una forma più subdola e sottile. Un crocicchio di uomini festeggia un rito pagano nel centro della città. Imbracciano le bandiere di un’antica repubblica urbana. Di democratico non è rimasto nulla, nella loro coscienza. Soltanto un urlo.


Con impotenza

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“Vengono progressivamente spinti verso l’esterno”. Il destino degli immigrati nelle banlieue parigine ha precorso quello delle nostre città. E’ ciò a cui si assiste della periferia Nord di Torino. Con impotenza. Gli interventi di riqualificazione urbana – che pure ci sono – non possono nulla contro la predazione edilizia che vomita cemento per preparare il terreno alla desolazione che verrà. Sospinti verso abitazioni fatiscenti ai bordi della palude, gli immigrati non vi trovano che i resti lasciati dai piccoli borghesi depauperati che li hanno preceduti: frugano nelle immondizie. La ricchezza è di pochi. Per mettersela al sicuro, hanno vomitano dappertutto.


Un vecchio ascolta, muto

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Un uomo s’arrampica sull’autobus. L’ha agguantato per un soffio. Sbuffa, scalcia. E’ salito ma non vuol che parta. L’autista ignora e muove, vuole correre. L’uomo non s’accontenta, vuol far salire altre lingue sdraiate. Apre la porta a forza, mentre il carro corre. Già qualcuno grida di spavento: fermo autista, ma lui non  sente. Ristà nella sua opaca blindatura. Le lancette corrono. L’uomo s’arrabbia, sgamba e s’avvinghia. Poi s’arrende, di strada se ne è già fatta. Percorre la carrozza, raggiunge l’autista e lo offende: culo, cazzo, sono mille parolacce. L’autista di rimando: ubriaco, marocchino. Un vecchio ascolta, muto.  Pare Raymond Queneau.


Poi me ne andai

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L’attesa era un gorgo di neon blue. Una nera rimbalzava di trecce su tacchi storti. L’infermiera la guardava rotonda in un camice: solo i capelli bruciati mi impedivano di credere che si trattasse di una suora. Io aspettavo il mio turno, galleggiando incredulo fra la vita e la morte. Il nome di un medico che non avrei voluto continuare a sentire. L’andirivieni freddo, stupido e stranito, dei pazienti abituali. I padiglioni dell’ospedale mi ricordavano la visita per il militare. Tutti quei reduci della Somalia, fintamente fieri di se stessi. Mi chiesi in quale tomba fossero stati sepolti. Poi me ne andai.


Lavora notte e giorno

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Il mio doppio m’è uscito dal naso. Si è seduto al mio fianco in un giorno di festa. E’ un dramma invecchiato. Nasconde adipe fra chiassose risate. Ha abbandonato ogni impegno civile. Non ama, non crede. Compra e vende. Viaggia, ma non osserva. Lavora notte e giorno. Scrive documenti che non comprende. Raccoglie adulatori. E’ ricco, ma non è amato. Mi guarda con simpatia, prova pietà. Io lo abbraccio con compassione. Non posso detestarlo perché ne intravvedo la soffocata bontà. E’ ciò che avrei voluto essere. E’ ciò che talvolta fingo, di essere. Lui si alza di scatto, e fugge.

Pianerottoli / Landings #2

->Giampaolo Squarcina – Pianerottoli / #Landings 2<-


Ma sangue rappreso

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Polveri imbiancate sfondano l’aria. Le mani si fermano ruvide. Mi piego incolume, molle d’aria. Il solco corre sbiadito lungo la strada. Sono edifici cadenti ricomposti fra le spalle degli immigrati. Si incrociano tumultuosi nel rotto sepolcro di una crepa marrone. Asciugano il naso con blanda violenza. Sono un manto affastellato di invisibili cavità. Rilucono gialli di neon nell’irrequieto rimbalzo di un cerchio serrato. Hanno il volto nero di prostitute cadenti, incuranti del sole. Solcano i viali, fra fabbriche chiuse e cumuli di immondizia. L’antica bellezza ha prodotto questo. Non sbocciano fiori lungo rimosse distanze. Ma sangue rappreso.