Posts Tagged ‘Barriera di Milano’

La notte spara

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La notte spara. Ha freddato un uomo nei pressi dei Docks Dora, a Barriera di Milano. Negli ultimi venti anni, Torino ha fatto tutto ciò che poteva per disegnare la scena del delitto. Le fabbriche abbandonate sono state riempite con parallelepipedi di cemento grandi quanto interi isolati, le vecchie case circostanti hanno colmato un fatiscente abbandono con masse di diseredati extracomunitari ricattati dai subaffitti illegali. Il dialogo fra gli uni e gli altri è il traffico di droga lungo la ferita di una strada riempita di centri commerciali. La speculazione edilizia completerà l’opera con la Variante 200. Colpi di pistola.

Boulevard of Broken Dolls

->Giampaolo Squarcina – Boulevard of Broken Dolls (2007)<-


Ma sangue rappreso

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Polveri imbiancate sfondano l’aria. Le mani si fermano ruvide. Mi piego incolume, molle d’aria. Il solco corre sbiadito lungo la strada. Sono edifici cadenti ricomposti fra le spalle degli immigrati. Si incrociano tumultuosi nel rotto sepolcro di una crepa marrone. Asciugano il naso con blanda violenza. Sono un manto affastellato di invisibili cavità. Rilucono gialli di neon nell’irrequieto rimbalzo di un cerchio serrato. Hanno il volto nero di prostitute cadenti, incuranti del sole. Solcano i viali, fra fabbriche chiuse e cumuli di immondizia. L’antica bellezza ha prodotto questo. Non sbocciano fiori lungo rimosse distanze. Ma sangue rappreso.


Come calci nel culo

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La pesante desolazione di pareti nude si rode sotto una maschera di plastica. Tossisce nel respiro di una vecchia troppo educata. Sbraita in ciabatte fingendosi professionale. E’ una cravatta stempiata che non sa sorridere. L’immensa tristezza di un cortile vuoto. Il sangue sbarbagliante di un grattacielo sconquassato. L’ospedale è il simbolo della pochezza della cosa pubblica. Lo stupro subito dai cittadini. La vendetta vigliacca dei fascisti di Salò. La nostra incapacità di dare bellezza a ciò che è di tutti. Mentre i porci si accalcano sani sui ponti delle barche, e brindano a tasse non pagate. Come calci nel culo.


Un filo di metallo cigola

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Mentre la luce si chiude, le nuvole tagliano rade croci ortodosse. Io mi inerpico in una molle rotonda di metallo. Gli spazi si aprono, il sole riga di onde l’asfalto. Nessuno si cura della bellezza. La sopravvivenza è troppo essenziale per pensarci. E’ desolazione retta. Puntelli di legno e ferro rimbalzano su crateri incatramati di noia. Lo sguardo di un bimbo incerto. Una porta che non si chiude. Moriremo di pensieri interrotti. Cingeremo aria strappata ad un braccio che non siamo riusciti a trattenere. Un filo di metallo cigola. Sollevo lo sguardo, e cerco nel vuoto.


Tutto va

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Poi risollevammo un cadavere. Ci sentivamo i sette cavalieri dell’apocalisse. Ci guardammo negli occhi. Chiudemmo la noia in un canto. Volevamo ribellarci a una logica assurda. Dimenticammo sogni e aspirazioni. Amori e affetti. Sudammo un giorno intero per fare l’impossibile. A notte il miracolo era compiuto. Restava una vita, fuori dal palazzo. Corremmo a prenderla. Prima che l’Italia cadesse. Prima che la felicità morisse. Senza saperlo, avevamo lottato per tenerla in piedi. Salvatore mi guardò con la barba disfatta. Nei suoi occhi ritrovai un senso. Noi siamo i contadini dell’Ottocento. I soldati del Carso. Gli operai del Novecento. Tutto va.


E accade ogni giorno

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Il velo scompare, Torino si mostra per quello che è. Le baracche incuneate sugli argini del fiume. Gli orti abusivi dove la gomma brucia. La segregazione muta delle case di periferia. Le immondizie rivomitate dagli ospedali. In “Sette opere di misericordia”, Gianluca e Massimiliano De Serio compiono un raro esercizio di lirismo. Sullo sfondo di una umanità perduta, invocano una doppia redenzione: una città che non sa scrollarsi di dosso il suo passato, tanto da morirci dentro; un’identità balcanica così vitale da non riuscire a trovare il suo posto. Sì, il futuro si scrive in barriera. E accade ogni giorno.

Gianluca e Massimiliano De Serio – Sette opere di misericordia (2011)


Busserò alla porta

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La mia testa è un fungo umido. Si immerge nella violenza della nebbia, oltre uno pneumatico che sibila di acqua sporca. I vermi risalgono dalle crepe. Infestano di colori obliqui le azioni più immobili. L’acqua forse mi salverà. Ho deciso di nuotare fino alla fine del giorno. Riemergerò in una coltre di sabbia dorata. Mi risveglierò nel mare calmo. Sulla spiaggia troverò poche case. Le pareti rosse, i tetti marroni di frasche. Busserò alla porta. Mi daranno da mangiare mandorle e fichi. Poi camminerò con loro, sulla scogliera. Insieme aspetteremo che la nave arrivi. Smuoverà le onde irrequiete del Mezzogiorno.