Posts Tagged ‘Barriera di Milano’

La donna senza un braccio

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La donna senza un braccio. Entrò nel ristorante e ci guardò. Era colma di umana compassione. Sedette al centro della stanza appoggiata ad un lembo di un tavolo quadrato. L’uomo che era con lei sorrise, lei ricambiò. Trascorsero la sera mano nella mano, guardandosi con occhi innamorati. Nulla poté scalfire quella certezza. Noi tutti, che inizialmente l’avevamo guardata con sprezzante pietà, ora eravamo costretti ad ammetterlo. Spinti a compatirla, non potevamo che osservare in lei ciò che a noi mancava: la muta consapevolezza che l’amore vince.  Anche quando non ci pare possibile, anche quando non ci è rimasto che quello.

La donna senza un braccio

->Il ristorante e i cinesi<-


Soltanto un urlo

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I papaveri corrono lungo l’autostrada. Si fanno largo tra spighe grige, sopra fiori bianchi ed erbe violacee. A dispetto di tutto, germogliano nel sudato declivio del mio petto. C’era una scritta sul ponte, ma qualcuno l’ha cancellata. Celebrava un vecchio ciccione che inneggiava al razzismo. Ora è coperta da una toppa di vernice. Se possibile, è ancora più inquietante di prima. Ha assunto una forma più subdola e sottile. Un crocicchio di uomini festeggia un rito pagano nel centro della città. Imbracciano le bandiere di un’antica repubblica urbana. Di democratico non è rimasto nulla, nella loro coscienza. Soltanto un urlo.


Poi me ne andai

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L’attesa era un gorgo di neon blue. Una nera rimbalzava di trecce su tacchi storti. L’infermiera la guardava rotonda in un camice: solo i capelli bruciati mi impedivano di credere che si trattasse di una suora. Io aspettavo il mio turno, galleggiando incredulo fra la vita e la morte. Il nome di un medico che non avrei voluto continuare a sentire. L’andirivieni freddo, stupido e stranito, dei pazienti abituali. I padiglioni dell’ospedale mi ricordavano la visita per il militare. Tutti quei reduci della Somalia, fintamente fieri di se stessi. Mi chiesi in quale tomba fossero stati sepolti. Poi me ne andai.


In fuga su un nastro

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Sotto sirene spiegate, la folla si ammassa nuda e inconsapevole. Rincorre il calore che esce dalle vetrine. Si rinchiude illudendosi di una vana liberazione. Io salgo l’ascensore, come soggiogato da una rotta condanna. I libri giacciono distesi, raccolgono fotagrafie di un passato negletto. Il freddo illumina la città, sui vetri si dispiega una polvere cruda. La voce la perdo dentro un teschio di plastica. Mi siedo per terra e vomito lacrimevoli dubbi. La mani si fermano su spalle nude. La pioggia cade e non trapassa. Le ossa scompaiono in una voragine di cemento, siamo lacrime. In fuga su un nastro.


Una ruota si alza

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Una ruota si alza. Mi insegue spingendomi in basso. Gli occhiali schizzano via in avanti. Il casco picchia a terra. Un gomito struscia coperto sull’asfalto nero. M’accorgo d’aver emesso un urlo. E mi ritrovo lì, steso giù. Sdraiato sul piazzale di un autolavaggio nell’oscurità notturna. Non riesco a liberarmi dal peso della bicicletta: il manubrio mi punta contro la nuca, sento un arto intrappolato. Mi giro senza poter sollevare il bacino. Una gamba è rimasta sospesa in aria, aggrappata alla mia offesa. Una catena arrugginita di notte non si vede. La mano che l’ha tesa ferisce. Non posso chiamarla destino.


Sprofondo a buio

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Sprofondo a buio. Gli alberi affogano sotto le mura, soffocano di rotaie. Sono radici confitte negli occhi di un giornalaio vietnamita. Sprecano fiumi di inchiostro in un settecentesco paesaggio di china: stagno rubato sulla coltre di un vecchio deposito, carcasse morte riconquistate al nulla. Mi si graffia la pelle a guardarci dentro. Moriranno uomini soli in quella cicatrice violata. Una piazza, l’ospedale. Il macabro sogno di un parco allineato. Il ceppo dell’arco si conclude in un gessetto ferito. Riempiranno di cemento il doppio bersaglio di un disegno incompiuto. Venderanno un’illusione per pompare nel vuoto. Ma noi resteremo vivi, per sconfessarla.

#Torino - I Docks Dora feriti a morte. / @La_Rejna @ikol22 @danigranata @duendeturin

->I Docks Dora feriti a morte<-


I cinesi mangiano nascosti

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I cinesi mangiano nascosti. Si rintanano dietro tende spesse, si sono riaperti un covo nel buio delle fabbriche. Consumano ostriche e lumache, muovono le bacchette e gridano trattenuti. Un bimbo mi guarda, reggendosi le pezze del culo. Sua madre sorride, ma non è felice. Io fingo di ignorare una macchia sul tavolo. Cinge di unto il nostro distacco. Li giudico, ma non capisco. Loro ricostruiscono un’identità in esilio. Per tradirli è sufficiente una luce al neon. I nigeriani non si avvicinano. Riconoscono loro l’onore delle armi. Stanno ricostruendo sull’immondizia che non abbiamo saputo rimuovere. La notte cigola, mentre ne scappo.