Archive for the ‘Via Bona’ Category

Toscana meticcia

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Toscana meticcia. Al circolo ARCI di Castelnuovo Val di Cecina, il barista mastica l’arabo con un avventore marocchino. Gli racconta una contrattazione in un mercato esotico. E’ bianco, reca nel volto i segni di generazioni di avi cresciuti cacciando il cinghiale. Una donna china il velo sul volto di sua figlia, nasconde nelle spalle lo sfondo di un castello medievale. La piccola mi saluta, agita una mano innocente sulla vergogna delle antiche pietre. Questi colli, sulle cui strade combatterono i partigiani di Carlo Cassola, sanno cambiare pelle. Ricostruiscono spazi di socialità nelle propaggini impoverite di un Paese che si autodistrugge.

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La macchia della Magona

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La macchia della Magona. – Se mi rimandate laggiù, vado alla macchia e non mi trovate più. – Per carità, non lo fate o vi metterete nei pasticci. –  Quando Osvaldo tornò dalla Libia, aveva le febbri malariche. Era stato prigioniero degli Inglesi per due mesi, era quasi morto di fame. A casa aveva una moglie incinta, un figlio di due anni e una madre vedova. Il Ministro fascista, a cui suo padre Augusto aveva accudito il cane da caccia in quella stessa macchia, lo convinse a far domanda di congedo. Poche settimane più tardi, gli alleati sbarcavano in Sicilia.

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Studia Pierino

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Studia Pierino. O diventerai un pubblico ministero. Non so se l’avvocato anarchico Pietro Gori (1865-1911) abbia mai detto questa frase. Mio nonno, comunista nato a Piombino nel 1912, la ripeteva sempre. Credo che gliela insegnò suo padre, socialista trapiantato a Bibbona all’approssimarsi della Grande Guerra. Ricordo che Osvaldo me lo gridava a tavola, mentre con una mano stendeva la prima pagina dell’Unità e con l’altra ne alzava un lembo, leggendola attento fra occhiali spessi e una canottiera madida di sudore. – Te sei mancino? – mi chiedeva, – Allora vor di’ che sei di sinistra. Anarchici, socialisti, comunisti. Ma ora…

Studia Pierino. Pietro Gori

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Barattare piombo e mattoni

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Barattare piombo e mattoni. La storia vuole che alla fine del Quattrocento, per costruire la cupola della chiesa di Santa Maria della Pietà, gli abitanti di Bibbona si procurassero i mattoni scambiandoli con eguali unità di piombo. Da ciò, la convinzione popolare che i suoi abitanti siano tonti. E una pertinace rivalità con la città di Piombino. Quando ero un bimbo quella chiesa, spuntando sulla strada che portava al ponte, era il mio centro di gravità. Le sue campane gridavano, rompevano gli urli delle rane. Nel buio della città mi capita ancora di sognarle. Così mi spingono a tornarci.

Barattare piombo e mattoni

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Il libro finiva

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L’immagine mi appare nitida. Attorno al Forte la luce all’imbrunire era magnifica. I paesani si raccoglievano sotto la corriera dopo un giorno al mare. C’era Romoletto, che nella pineta si era costruito una casupola per nascondersi. C’era la Bruna, che da vecchia esercitava ancora e sulla spiaggia ci veniva a cercare carne da mangiare. E poi schiere di villeggianti, bimbi cisposi piene di frittelle al succo di frutta. Le donne sole in vacanza, che i mariti li sentivano a gettoni la sera. Sulla pelle finta e rovente dell’autobus le curve parevano pagine, scolorivano un giorno dopo l’altro. Il libro finiva.


Dietro alla bara

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Il prete di Bibbona inforcava due lenti spesse. Indossava una tonaca sporca e tutto ciò che aveva lo spendeva per restaurare la chiesa di Sant’Ilario. Contava le monete per riaprire gli archi. Di lui ricordo soltanto una vecchia automobile, una Fiat 128 Giardinetta. Era verde come il moccio dei bimbi con cui la riempiva, per portarli al mare. Osvaldo era partito per il Nord nel 1954. Dei democristiani che gli impedirono di trovare lavoro si sarebbe dimenticato volentieri. Di Don Arturo no, a lui voleva bene. Quando lo si rammentava, diceva che al funerale ce l’avrebbe voluto. Dietro alla bara.