Archive for the ‘Ozio Ciclofrenico’ Category

Pista ciclabile fantasma

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Pista ciclabile fantasma. E’ da qualche mese che mi chiedo quale forma avrà la ciclabile di Piazza Statuto. Senza venirne a capo. L’altro giorno – passando per caso da via Garibaldi – ho notato alcune auto ferme in mezzo alla pista. Ho pensato che fossero parcheggiate abusivamente. La pista, appena tracciata, gli era nato attorno. Quasi un blitz: una striscia che taglia in due la piazza, esponendo tuttavia i ciclisti a grossi rischi. L’impressione è che chi disegna le piste ciclabili non usi la bici. Immagino che ci sia buona volontà, ma continuiamo a scontare una forte mancanza di pianificazione.

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->Ignorate le piste ciclabili<-


Alla Mandria in bici

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Alla Mandria si andava in bici. Ci arrampicavamo sulla mappa della città occupando le carreggiate deserte nei lunedì di Pasqua. Sotto il sole di Ferragosto correvamo imbelli da una fontana all’altra, prima che la scuola ricominciasse. Un giorno Dario si fracassò un braccio. Aveva deciso di superare Roberto in discesa, su una curva a gomito. Non ricordo se arrivò prima la bestemmia o il capitombolo. Si rialzò dal fosso scrollandosi la bicicletta di dosso: gridava che non era successo nulla, ma la mano gli pendeva come un panno morto. L’incoscienza non finì quel giorno. Ci chiama ancora, quando restiamo soli.

Alla Mandria

->Solitudini<-


E pago dazio

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La città non ha il coraggio di svegliarsi. Uno squarcio di luce asciuga il ventre delle nuvole. Le fermate sono vuote, a combattere sono rimasti i furgoni della spazzatura. Io ammutolisco di fronte a un cartello. Un vecchio si trascina in mezzo alla strada imprecando. I bimbi giocano immobili sotto il vento. Mi destreggio a fatica, i piedi persi nell’asfalto. I sassi non baciano le ruote, e le gambe scivolano. Uno spilungone mi si para davanti. Chiede di essere sepolto. Io lo guardo interdetto. Gli dico che è brutto morire indossando un cappotto. Meglio che aspetti l’estate. E pago dazio.


Una magra utopia d’asfalto

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Io amo l’operaio. La sua mano dolce, che ha scolpito quel gradino. Lo attraverso ogni giorno in bicicletta. Ci carezzo la prostata, sotto il sellino che non si muove. E’ così, le dita di quell’uomo hanno steso un marciapiede come se fosse il collo di una meringa fresca. Lo farei mille e mille volte, per continuare a non sentirne lo spessore. E’ la cerniera che non si abbassa, il lembo di terra che divide la città possibile dalla città vera. Le auto lo trascurano, gli uomini non se ne preoccupano. E’ soltanto nostro, di noi ciclisti. Una magra utopia d’asfalto.


Torneremo a rubare

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Siamo stati ladri di biciclette, sui colli selvaggi di Roma. Abbiamo avuto voglia di buttarci nel fiume, mentre l’Italia guardava la partita. Netturbini di noi stessi, strappavamo lenzuola sui banchi di chiesa. I quartieri di periferia sprofondavano in catacombe di nuda miseria. Noi rimanemmo seduti su un marciapiedi, ad aspettare che il governo mandasse qualcuno a tappare le buche sulla strada. Lo spazio era ancora pulito, ma non ne eravamo consapevoli. Cominciammo a mangiare poco prima di essere vecchi, decidemmo troppo tardi di fottere. Oggi risaliamo su quelle ruote, vendiamo per corrispondenza le toppe del nostro sedere. Torneremo a rubare.


Il presepe è la città

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Il presepe è la città. Figure crescono umide nella nebbia, lastre di pietra ghiacciate dall’attesa di un autobus. Si perdono nell’immenso cantiere che la divide. Una piazza immobile di uomini invisibili. Un angolo polveroso sotto la chiesa. Le luci al neon del centro commerciale. Qui si scommette, là si mangiano hot dog. Gli scheletri risalgono dal fiume, corrono fra ombre bagnate. Accarezzano fari rotti, dentro un vuoto sgraziato. Le facce sprofondano in una coltre di polvere nera. La bicicletta non riesce a risalire oltre le antiche ferriere. La disperazione si perde nel sonno. Langue di rimorso, è colma di paura.


Un ghiacciolo riarso dal sole

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Le ruote svirgolano sul pietrisco nero. Un’ombra risale il parco con occhi assassini. L’orizzonte schiaccia il giorno, accarezza gli ultimi campi. Una molle luce d’aeroplano li violenta, lambisce le rosse sirene di un moloch fumante. Quattro prostitute ridono trasognate sotto una pompa di benzina. Un vento freddo mi taglia la schiena. Stanotte accarezzo gli occhi consumati di un amico. Soffre la fine di un respiro libero. Mi chiede conto della mia ambizione. Io non lo illudo, e gli chiedo il pane. Nella città che corre nuda, noi torniamo indietro. Ci chiediamo dove si sia sciolto. Un ghiacciolo riarso dal sole.