Archive for the ‘Le Città Visibili’ Category

Albero Falcone

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Albero Falcone. Sotto ci ho trovato un bimbo, aveva in mano un tablet e scattava fotografie meditabondo. Non so cosa sapesse delle stragi di Mafia del 1992, ma pareva molto attento. A chi si chiede se i simboli servano, se possa esistere un sano turismo dell’antimafia, credo che dovrebbe bastare quest’immagine. La memoria o è visibile o non è. Alla lunga, se non si riuscirà a consolidare un forte ricordo condiviso di quella stagione – avvenne per il Risorgimento, così fu per la Resistenza – quegli eroi saranno morti invano. So che è poco, pare pochissimo. In cosa sperare, altrimenti?

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->L’albero Falcone<-


Lungo le strade

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Lungo le strade. Camminavamo inermi, ubriachi e lordi. Francesco mi chedeva dove fossero rimaste le facce che non vedeva più. Io non sapevo cosa rispondergli. Il paese gli appariva ammantato di mito, ora che aveva scelto di fermarsi a Mezzogiorno. In quella piazza, gremita di giovani attuffati nell’alcool, noi rivangavamo vecchi ricordi. Le notti trascorse a parlare su un muretto, quando eravamo ancora due bimbi. Il cielo che si raggrumava di stelle. Le ombre degli innamorati che si nascondevano tra le pietre dei lavatoi. La Maremma selvaggia, arsa di dubbi, da cui entrambi scappamo. Lui a Sud, io a Nord.

Lungo le strade

->Palermo, piazza Garraffello<-


La casa in cui nacque

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La casa in cui nacque. Si trova in via Vetreria 57 a Palermo, ed è in vendita. Lo sono anche i locali della farmacia di suo padre. Li ho trovati a fatica, districandomi fra la calca di Santa Maria degli Angeli e i bar della Kalsa. Guardando il cartello giallo, che solo lo ricorda, ho pensato con sgomento. Fra gli uomini che contano e da vent’anni il 19 luglio si gonfiano la bocca con il nome di Paolo Borsellino, ce n’è uno – almeno uno – che è pronto a chiudersela e a impegnarsi per proteggere quella casa, quella memoria?

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->Paolo Borsellino vive<-


A Palermo, il traffico

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A Palermo, il traffico. Via Maqueda si gonfia di auto immobili. Soltanto le motorette riescono a farsi spazio suonando. Non hanno pietà di pedoni o cavalli, si fanno largo nel caos. Una fiumana di folla impazzita si allunga sui marciapiedi, incapace di respirare. In nessuna città italiana più che a Palermo l’automobile ha raggiunto l’apoteosi dell’assurdità. Le ruote occupano ogni superficie piatta. Giacciono abbattute e imbruttite in ogni strada. Impediscono di camminare e non si muovono. La povertà spinge gli uomini a vendere il proprio volante? Macché, preferiscono vivere in un tugurio; ma alle lamiere non possono dire di no.

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->Palermo, Via Maqueda<-


Alla Vucciria

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Alla Vucciria. Ci siamo entrati di nascosto, scendendo da San Domenico e subito perdendoci. Fra vicoli ritorti. Un rivolo d’acqua scendeva dalla trattoria di Totò lungo tutta piazza Caracciolo. Il fumo del vastiddaru ci avvolgeva di urla. Un uomo, caduto dallo scooter, era tornato sui suoi passi per cercare il guinzaglio di un cane. I bambini giocavano per strada. Un cucciolo di cane li inseguiva, facendosene massacrare. Su un muro abbiamo letto “Odio Catania”. Eppure qui, sulle pietre bagnate dei mercanti, fra le vie degli artigiani che servivano Genova, Pisa e Venezia, sembra che il tempo non sia mai trascorso.

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->Alla Vucciria, piazza Caracciolo<-


Di freddo o di fuoco

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La chiamarono Guerra Bianca, perché le trincee c’erano ma erano sulla neve. Gallerie di mina e contromina, buchi nella montagna in cui passassero almeno muli e salmerie. Sulla vetta una lapide si gonfia della retorica di Rodolfo Graziani. “Vorrei baciare uno ad uno tutti voi, valorosissimi difensori del Monte Pasubio”. Era il 1916. Alla fine della guerra, seicentocinquantamila Italiani sarebbero morti. Di freddo o di fuoco. Graziani no, lui e pochi altri sarebbero sopravvissuti per diventare gerarchi fascisti. La retorica militare si sarebbe trasformata in fatti. Campi di concentramento, in Libia. Gas tossici e bombe sulla Croce Rossa, in Etiopia.

Morti, ma per cosa?

->Morti, ma per cosa?<-


Il senso di colpa

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A Santiago salimmo annusando. L’odore dello zucchero ci si infilò nelle narici risvegliandoci su un treno. Un tassista abusivo ci sedusse con un aiutante chiaccherone. Avrebbe cercato di derubarci al cambio nero. Ma per il momento non contava. Ci precipitò nella casa di un economista e di un giudice. Mi condussero a contemplare i segni delle pallottole sulla caserma Moncada. Il simbolo di una rivoluzione tradita. L’amaro in bocca di avervi preso parte invano. Scendemmo insieme sulla sabbia, uccisero illegalmente un’aragosta per farci festa. Nuotammo ascoltando: tre giovani discutevano di libertà. A noi restò soltanto un’ombra. Il senso di colpa.