Archive for the ‘Critiche (Il)letterate’ Category

Le armi di Beppe Fenoglio

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Le armi di Beppe Fenoglio. Una carabina e una colt, chiuse in un armadio della sua casa ad Alba. Se hanno un valore, è ricordare che buona parte delle storie che raccontò Fenoglio le visse per davvero: la banda di Nemega e il Biondo, i rastrellamenti dei tedeschi, la liberazione di Alba e la ritirata dalla città; l’inverno alla Cascina della Langa, l’arresto di Ettore e il tentativo di scambiarlo con un repubblichino che lui stesso fece prigioniero. Ci sono scrittori che inventano storie, come Calvino. Altri raccontano ciò che hanno vissuto: “Senza la Resistenza io non sarei un uomo”.

Le armi di Beppe Fenoglio

->Un fascista nell’angolo<-


Un borghese piccolo piccolo

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Un borghese piccolo piccolo. Si nasconde dentro ognuno di noi. Nei piccoli favoritismi per i quali siamo disposti a chiudere un occhio. La condanna putrescente di un Paese che non hai mai saputo scrollarsi di dosso le tristi ipoteche della Chiesa cattolica e della servitù all’occupante straniero. La consapevolezza che l’emancipazione non verrà: resterà il sogno di esigue minoranze. Mentre gli altri, come topi, rincorrono il piccolo quattrino che li rende soli. In una stanza buia, tanto sporca da farti sperare che la luce non vi torni. Nascemmo negli anni Settanta. Non ne percepivamo l’orrore estetico. Una prima classe, ribassata.

Un borghese piccolo piccolo

->Venditore di santini<-


Tacciandolo di passatismo

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La meglio gioventù era un manipolo di ragazzi. Contadini friulani che si ubriacavano alle feste di paese e finivano ebbri a pisciare nel Tagliamento. Non è tanto nella ricerca di un passato arcaico e felice che va letta la critica severa di Pier Paolo Pasolini all’industrializzazione del dopoguerra. Ciò che conta è la negazione del progresso imposta da uno sviluppo feroce. Le masse sfruttate del Friuli sono le stesse della Firenze di Vasco Pratolini. Le loro angosce, le stesse dei Valsusini che oggi si oppongono all’alta velocità. In nome di un progresso che nessuno prenderà in considerazione. Tacciandolo di passatismo.

Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù

->Il Vangelo secondo Matteo<-


Un po’ surrealmente

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Un po’ surrealmente. La rabbia di Pier Paolo Pasolini si conclude con German Titov che incontra Nikita Kruschev sulla piazza Rossa. E omette le immagini dei civili che fuggono da Berlino Est, impietosamente descritte da un reazionario Giovannino Guareschi nella seconda parte dello stesso film. Eppure, La rabbia pasoliniana esprime un denso lirismo politico. E’ un testo sceneggiato con la schiena diritta, a partire dalla denuncia dell’Invasione di Praga e dalla lucida descrizione della fame di libertà dell’Africa post-coloniale: “Gente di colore / è nella speranza che la gente non ha colore / è nella vittoria che la gente non ha colore.”


La ricotta (1963)

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Cosa era più distante dalla Passione della Roma degli anni ‘60? Le borgate di cemento contro il legno della croce. E’ a partire da questo ossimoro che Pier Paolo Pasolini disegna il ritratto del ladrone buono. La ricotta (1963). La comparsa Stracci – morta dopo aver rubato cibo  - diviene il redentore di un’umanità corrotta. Lo spettacolo va dato in pasto ai borghesi venuti per assistere ad una surreale via crucis. “Lei non ha capito niente, perché è un uomo medio. Ma lei non sa cos’è un uomo medio. E’ un mostro, un pericoloso delinquente: conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista.”


La nostra

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“Lei dovrà morire [...] Sono io a decidere”. Come fare per raccontare l’ambivalente carattere della vittima che si fa aguzzino? In Zagreb e in eZagreb, Arturo Robertazzi decide di farlo scrivendo in modo deduttivo: non il racconto di una guerra storicamente data per capire cosa sia la guerra, ma l’archetipo della guerra per spingere il lettore a ricostruire ipertestualmente cosa sia stata una specifica guerra. Vukovar, 1991-1995. Una tecnica narrativa eccentrica, per un romanzo d’esordio. Una metanarrazione che evoca col registro splatter mille tragiche narrazioni. La consapevolezza insaziabile e purulenta che affligge l’impotenza del protagonista. La nostra: “Siamo diventati come loro”.

Arturo Robertazzi, Zagreb

->Tutte le risposte sono a Est<-


Assassina è la città

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Assassina è la città. L’urbe suburbe, con le sue cupole e le sue macerie. L’immondizia che appesta le piante, lordandole di pece. Mamma Roma (1962), girato da Pier Paolo Pasolini mentre pubblicava Poesia in forma di rosa, non inscena soltanto l’ambivalente rapporto fra madre e figlio – un Cristo ignorante e una vergine puttana, verrebbe da dire, – ma denuncia la crudeltà non riscattabile della periferia. Il finto mito della casa nuova, e del quartiere per bene. Ad echeggiare nel film è lo specchio de Le mani sulla città (1963). L’anno in cui moriva Mattei. Lo sviluppo uccise il progresso.