Archive for December, 2013

Verande chiuse

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Verande chiuse. Per non guardarci dentro. Probabilmente abbiamo cominciato a costruirle per questo. Escludere il proprio vicino e vincerne l’oppressione. Io ricordo gli spazi angusti dei balconi, con i piccioni che ci cagavano sopra, la neve che si sporcava di smog e il volto pallido della città vista attraverso le finestre. Quanta luce ci hanno tolto queste maledette verande, sono diventate il simbolo di una società e di una città ripiegate su loro stesse. Chiuse nella contemplazione di un interno che alla fine le ha private del futuro, senza farne poesia. Ora il coraggio cosa vorrebbe? Che le abbattessimo tutte.


Torino funziona ancora

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Torino funziona ancora. Nelle alberate dei viali, lungo i corsi in cui traffico scorre invecchiato. Sugli autobus che portano borghesi piccoli e impoveriti al lavoro. Sui gradini delle botteghe di periferia, dove un ubriaco si siede a bere un cartoccio di vino. Noi torinesi siamo fabbriche. A dispetto di tutto, la comunità di immigrati vecchi e nuovi che abita qui continua ogni giorno a chiedersi quale sia il suo dovere. Impoverendosi, la città per ora ha saputo reggere al disastro. Il dolore con un sussulto di dignità resta privato. Per avere un futuro non basta, ma la tempra è forte.


Scendo e proseguo a piedi

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L’autoambulanza giace ferma sulle rotaie. Una vecchia automobile ostruisce l’altro lato della strada. L’autobus si ferma dietro all’ambulanza. Le auto si incolonnano dietro alla targa in doppia fila. I clacson gorgheggiano nel traffico della sera. Un uomo esce dal bar con il telefono all’orecchio. L’autista vorrebbe scendere per menar le mani. L’auto in doppia fila non si muove: aspetta che un altro veicolo, parcheggiato su un passo carraio, tolga il disturbo. Il proprietario finge di non trovare le chiavi. L’ambulanza non si muove. Io urlo dietro i vetri dell’autobus. Scendo e proseguo a piedi. Un cantiere ostruisce ogni altro passaggio.


Una volta c’era

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Sotto casa di Arpino ci andammo a mezzogiorno. Una donna uscì trafelata dalla scuola, ma quando ci vide si fermò. Si allungò oltre le staccionate divelte, cominciò a raccontare sullo sfondo di molli immondizie. L’epopea del capitalismo illuminato le era rimasta sulla pelle, sin da quando – bambina – nel villaggio Leumann era nata e cresciuta. I due corpi di case costruiti ai lati del cotonificio, le bealere che separavano l’abitato dai campi. Una chiesa cattolica dall’architettura protestante, un teatro sottoposto a benevola censura. E uno spaccio in cui consumare una moneta a circolazione interna. L’innovazione sociale. Una volta c’era.


Sotto l’Arsenale

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Sotto l’Arsenale. Ci fermammo infreddoliti. Mentre lei si poggiava a me, io cercavo di ricordare cosa sapessi di Carlo Emanuele III. Mi venne di chiedermi perché, nella città in cui ero nato, la presenza dei militari fosse imponente e nascosta. Era come se Torino volesse dirmi che la bellezza più altera dovesse restarmi segreta. Accarezzammo le pareti dell’edificio, i piedi galleggiavano sul ghiaccio. La quiete borghese della notte tradiva le ferite aperte dalle artiglierie. Lì, sotto le armi che davano nome alla via, ci rincorremmo senza guardarci. Ogni passo era una pietra lunga e imbrunita. Un brivido mi corresse, respirai.