Archive for June, 2013

Tacciandolo di passatismo

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La meglio gioventù era un manipolo di ragazzi. Contadini friulani che si ubriacavano alle feste di paese e finivano ebbri a pisciare nel Tagliamento. Non è tanto nella ricerca di un passato arcaico e felice che va letta la critica severa di Pier Paolo Pasolini all’industrializzazione del dopoguerra. Ciò che conta è la negazione del progresso imposta da uno sviluppo feroce. Le masse sfruttate del Friuli sono le stesse della Firenze di Vasco Pratolini. Le loro angosce, le stesse dei Valsusini che oggi si oppongono all’alta velocità. In nome di un progresso che nessuno prenderà in considerazione. Tacciandolo di passatismo.

Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù

->Il Vangelo secondo Matteo<-


Proletario interregionale

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Lasciamo che i treni interregionali vadano in malora. E’ necessario che vengano percepiti come luoghi non sicuri e sporchi. Perché così alimenteranno l’idea che gli immigrati insozzano l’Italia. Inculcheranno nelle donne la paura di essere stuprate, negli uomini la consapevolezza di non potersi ribellare. Più i treni sono fatiscenti, più sono percepiti come pericolosi, più i poveri che li usano sentiranno il bisogno di votare a destra, invocando l’ordine fascista. Il vecchio fascismo si cullava nell’illusione che i treni arrivassero in orario. Quello di oggi preferisce segregarci in classi. Proletario interregionale. Uomo medio sulla freccia immobile. Borghese in alta velocità.


Ci abitò Antonio Gramsci

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La mia bocca ha ricominciato a riempirsi d’aria. Deambula cinica fra una piazza e un caffé. Osserva le impalcature aggratichiatte sotto il sole. I negozi sono chiusi, denunciano un desolato appassimento. I borghesi si rifugiano in Chiesa. Sono rimasti in pochi, sono costretti a mimetizzarsi. I miei occhi gridano ruote di bicicletta. Una donna di colore li attraversa a mezza coscia, in abito giallo. La segue una bimba colma di trecce. Una coppia bianca la ferma, finge di volerla portare con sé. La bimba ride, non pare affatto intimidita. Il mio corso si chiude sotto la casa diroccata. Ci abitò Antonio Gramsci.


Aria sulla quarta corda

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Tornavamo da scuola leggiadri, senza pensieri. Ad aspettarci dopo pranzo c’erano un calcolatore domestico e un televisore giapponese. I colori erano talmente sbiaditi da non sembrare violenti. Aria sulla quarta corda. L’incantesimo si rompeva sulla sigla: la scienza pareva un mondo accessibile, ma tutto intorno a noi complottava perché ce ne tenessimo lontani. L’illusione gloriosa non durava sullo schermo. Alle quattro cominciava Bim, Bum, Bam. Poi scivolavamo sui canali locali. Cartoni animati fino alle sette. Avevamo i primi capelli bianchi quando Quark riapparve, senza essere super. Ora è un surrogato filiale e familistico. Ci hanno traditi tutti, pure Piero Angela.


Primo grado di giudizio

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Il dittatore è stato condannato. Primo grado di giudizio. Eppure, ci sono alcune cose che non tornano. Gli Italiani percepiscono più lo scandalo delle orge private che la ferita pubblica della concussione. Certo, è grave che un Primo Ministro sia accusato di prostituzione minorile: eppure, la dimensione pubblica del problema è un’altra. Del resto, il quadro d’insieme è talmente compromesso che la condanna diventa un argomento per dimostrare che Silvio Berlusconi è perseguitato dai giudici. Questi fanno il loro dovere, non ne possono nulla. Intorno a loro è scomparsa l’Italia: libera, onesta. Oppure, dovremmo dire che non è mai esistita?


Cio che fai non serve

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Non hai coraggio d’ammetterlo. Cosa? Che non ti piace, ciò che fai non ti piace. Ma che dici? Ho studiato per questo. Sì, tu hai studiato; ma per fare la bella vita. Ora cosa ti tocca fare? E che avrei dovuto fare? Leccare il culo per guadagnare qualche euro in più? Ma no, avresti dovuto liberare la tua creatività, essere te stesso senza preoccuparti di sopravvivere. Oggi, ne saresti felice. Io? Oggi sarei un fallito, vuoi dire. E non è il caso che tu lo sia già? Guardati bene dentro. Ciò che fai non serve. E’ questo, il vero fallimento.


E già pregusta

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Per addormentarsi, val la pena di non curarsi dei silenzi. Il corpo è disteso, ma la mente si contorce. Ripercorre istanti non sopiti. Insegue la sagoma ineffabile di un vaso che cade dalla finestra. La mano che lo ha lasciato scivolare si nasconde dietro le tende. Omette il volto di una giovane donna, prigioniera dell’austerità paterna. Elisabeta percorre il piccolo appartamento in lungo e in largo, ma non ne sorte mai. Dalla prigione attende che la modernità la avvolga. La filtra attraverso il tubo catodico, la assapora spiando nella strada. E già pregusta. Il giorno in cui suo padre morirà.