Archive for May, 2013

Con impotenza

No Comments »

“Vengono progressivamente spinti verso l’esterno”. Il destino degli immigrati nelle banlieue parigine ha precorso quello delle nostre città. E’ ciò a cui si assiste della periferia Nord di Torino. Con impotenza. Gli interventi di riqualificazione urbana – che pure ci sono – non possono nulla contro la predazione edilizia che vomita cemento per preparare il terreno alla desolazione che verrà. Sospinti verso abitazioni fatiscenti ai bordi della palude, gli immigrati non vi trovano che i resti lasciati dai piccoli borghesi depauperati che li hanno preceduti: frugano nelle immondizie. La ricchezza è di pochi. Per mettersela al sicuro, hanno vomitano dappertutto.


Raccolta poetica, 1964

No Comments »

“Io vado constatando, coi pugni sul ventre, / la mia mancanza di amore, fino all’ultima lacrima.” Un paio di versi dicono molto di noi, e di Pier Paolo Pasolini. Sono la chiave di accesso a Poesia in forma di rosa. Raccolta poetica, 1964. E’ a partire da questa mancanza che bisogna studiare le argomentate invettive di Scritti Corsari. La rabbia di Pasolini non è che pulsione di morte a fronte di un amore che non è realizzabile. E’ lo sguardo nudo dell’uomo che osserva la merce farsi sentimento. “Sembro / provare odio, e invece scrivo / dei versi pieni di puntuale amore.” (1962).


Ai margini della Storia

No Comments »

Un uomo si cala sottoterra, lo spingono in mille in un buco degradato. Ha deciso di difendere le catacombe dallo sterminio. Poco lontano, un bimbo fronteggia un carro armato. Ha il colore delle ginocchia di una vecchia che si prostra umile in una Chiesa. Io vago randagio, sono un bastardo laico. Elemosino uno sguardo sull’autobus, tengo sulle spalle le mani di un vecchio amico: ho comprato mutande di colore nero. Il centro commerciale si staglia instabile, fronteggia riarso una astronave di cemento armato. Si è rovesciato in un prato: è la sirena di un autosoccorso. M’ha lasciato. Ai margini della Storia.


Senza poter vivere

5 Comments »

Intensa spossatezza. Sottraggo pensoso ore al sonno. Ho camminato sulla strada ancora umida. E’ spiovuto un secolo di attesa. Mi domando il senso della solitudine che ho costruito attorno a me. Giorno dopo giorno, accresco un cerebrale isolamento. Mi costringo a pensare che sia soltanto un passaggio. Un frammento spasmodico di operosa ascesi. Ma in fondo mi chiedo se non sia il senso stesso di una vita. Mezza trascorsa fra parole stampate, lontano dalla nuda successione dei fatti. Chi sono, io? Forse soltanto ostinazione e sangue. Non mi sono arricchito, non ho costruito nulla. Continuo a immaginare. Senza poter vivere.


Dietro alla bara

No Comments »

Il prete di Bibbona inforcava due lenti spesse. Indossava una tonaca sporca e tutto ciò che aveva lo spendeva per restaurare la chiesa di Sant’Ilario. Contava le monete per riaprire gli archi. Di lui ricordo soltanto una vecchia automobile, una Fiat 128 Giardinetta. Era verde come il moccio dei bimbi con cui la riempiva, per portarli al mare. Osvaldo era partito per il Nord nel 1954. Dei democristiani che gli impedirono di trovare lavoro si sarebbe dimenticato volentieri. Di Don Arturo no, a lui voleva bene. Quando lo si rammentava, diceva che al funerale ce l’avrebbe voluto. Dietro alla bara.


Sotto il sole

No Comments »

Il castello verdeggiava nella pietra. Sulla torre garriva un tricolore strappato, sbiadito lungo una valle cupa e grigia. Noi ci raccogliemmo attorno ad un volto amico. Non domandava, profferiva appena. Stappò un paio di bottiglie di vino. Ci descrisse il destino beffardo di due giovani immigrati. Un uomo che aveva perso il posto per aver dato da mangiare alla femmina sbagliata. Una donna che aveva ucciso sua figlia soffocandola contro un sedile mentre lavorava ad una macchina industriale, tenendosela sulla schiena. Giovanna e io ci guardammo a lungo. Dalla noiosa violenza di quella valle saremmo fuggiti all’alba. Sotto il sole.

Torino, cascina in un prato fra Strada Lanzo e Via Amati a Venaria Reale

->Torino – Argine urbano<-


E non fischia il vento

No Comments »

Umor di sabbia su un muro ruvido. Son giardini cresciuti fra placche di metallo, arrampicati sulla discesa. Fiori accorciati nel vetro, confitti nel cemento. L’inseguimento di una torre guarnita di legno. L’impossibile altezza di un guscio vuoto. I fili irraggiunti dall’obiettivo fotografico. Non sentiero, ma fosso: nuda reminiscenza di scrittori che non seppero vivere in questa città. Cesare Pavese e Natalia Ginzburg discorrono accovacciati sotto un banco di stoffe. Il mercato della Crocetta è un cammino diritto che spinge il cielo dietro corrose statue di pietra. Il futuro che prendo in braccio. Uno zingaro suona Katjuša. E non fischia il vento.