Archive for May, 2013

Sono io il barbone

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Non era Umberto, quel vecchio che cercava le cicche sull’asfalto. Di lui conservava tutti i tratti: gli occhi sottili come spilli, i capelli grigi aperti sulla fronte. E un’andatura rigonfia, polmonare e labile. Se non fosse già morto, avrei detto che fosse tornato in città. Invece no, è fuggito da tempo nella sua valle, sui prati in cui si vantava di aver dormito in mezzo alle bestie. La felicità assoluta del prima, il segno della solitudine del dopo. Sono io il barbone. E in me rivedo, nascosta sotto traccia, la sua stessa paura. La voglia di seguire l’istinto. E perdermi.


Soltanto un urlo

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I papaveri corrono lungo l’autostrada. Si fanno largo tra spighe grige, sopra fiori bianchi ed erbe violacee. A dispetto di tutto, germogliano nel sudato declivio del mio petto. C’era una scritta sul ponte, ma qualcuno l’ha cancellata. Celebrava un vecchio ciccione che inneggiava al razzismo. Ora è coperta da una toppa di vernice. Se possibile, è ancora più inquietante di prima. Ha assunto una forma più subdola e sottile. Un crocicchio di uomini festeggia un rito pagano nel centro della città. Imbracciano le bandiere di un’antica repubblica urbana. Di democratico non è rimasto nulla, nella loro coscienza. Soltanto un urlo.


No, fottiti

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Che poi no, non cominciamo eh? Io ho soltanto detto che tutto questo tepore silenzioso ci addormenta. E no, caro il mio pezzente: tu stai insinuando che qui non si faccia nulla. E’ per questo che mi dai del pezzente. Be’, no… certo, ma tu non rispetti la mia indipendenza. L’indipendenza ce la si conquista con l’autorevolezza. E perché, tu ti illudi ancora che l’autorevolezza esista? Ma fammi il piacere, sei uno stupido. La grandezza degli stupidi è illudersi di essere degli eroi. E tu credi di esserlo? Per me resti un eroe del cazzo. Con decenza parlando? No, fottiti.


In un vuoto rimpianto

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Quasi non lo vedo più, il Palazzo della Cultura. I polacchi lo hanno sommerso di grattacieli. Eppure un tempo era lì solitario, accarezzava senza troppo pudore l’astronave rovesciata di Warszawa Centralna. Ad altezza d’uomo, il panorama non è cambiato. Su Aleje Jerozolimskie corrono ancora i tram, anche se sotto il diluvio non c’è traccia del violinista cieco di quell’ultimo giorno di autunno. Il sole scoperchiava la pelle della Vistola. Era l’ultimo strepito di una breve stagione. Scesi nella bonaria gola di ferro senza voltarmi indietro. Il vento cominciava a soffiare minaccioso. Dovetti fuggire, prima di fermarlo. In un vuoto rimpianto.


Senza sapere dove

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Fra molli condizioni imprecisate, io vorrei soltanto sedere davanti al fiume. Osservare di nuovo le foglie che passano sull’acqua. Ascoltare sul petto l’aria immobile e fresca. In rassegna scorrono tutti. Gli attimi sopiti di notte. L’ebbrezza provata in un’altra città. Le urla vane sedendo fuori. Un carro che spazza il selciato. E mi sprofonda sullo schermo. Lontano da qui, io non so chi lo guardi. La strada si taglia in due sotto i miei piedi. La fronte sale, accoppia balconi e finestre. Si chiede quante vite, quante luci muoiano. Il rumore rastrella sonagli di un secolo chiuso. Senza sapere dove.


Sai, siamo assicurati

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Ci bloccarono di fronte, ma doveva essere un po’ che ci seguivano. Avevamo tredici anni, credo sembrassimo molto sprovveduti. La siringa ce la mostrarono sporgere fuori da una tasca. La strada era un affollato sabato pomeriggio. Eppure noi li seguimmo, ipnotizzati. Gli demmo tutto ciò che avevamo. Poche lire, credo non più di cinquantamila. Tremammo a lungo, fino a quando non sopraggiunsero i genitori di Alfredo. Quel giro in centro finì in una stazione dei Carabinieri, nella periferia. Lì osservai la seconda rapina. La madre di Alfredo lo costrinse a denunciare il furto immaginario di un orologio. Sai, siamo assicurati.

Torino - Caserma Cernaia

->Torino, Caserma Cernaia – Ore 8 a.m.<-


La pochezza del soldo

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Io che non conosco rabbia, che paio così calmo. Ora sprofondo nella collera. E’ un accesso brutale che violenta la bontà altrui. Un buco nel cervello, un frammento spezzato d’identità. Annuso messaggi che mi molestano, smorti telegrammi di mediocrità. Soffiano sulla pelle come uno scroscio di polvere in fiamme. Se potessi, prenderei chi stupra l’intelligenza e gli ci affonderei le labbra. Il delirio di onnipotenza degli indifferenti ha segnato i nostri volti. Ci siamo costretti all’ubbidienza per rimediare un pezzo di pane.  Abbiamo tollerato che di nascosto si consumassero le nostre menti. Ed è così che ha vinto. La pochezza del soldo.