Archive for February, 2013

Per la stazione

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Cava dalla borsa una maglia strascicata. Dorme a bocca aperta colmando il vagone con un alito sporco. Macchia di nero un angolo fetido. Quando il controllore la sveglia, lei trasale. Il ricatto è garbato e compassionevole. La menzogna costerà pochi denari. Scruta sulle mie labbra le parole che non dico. La sua disperazione è di maniera, ma ne nasconde una autentica. Un figlio del quale non ha coraggio di parlare, una vita sradicata a doppio giro fra Sud e Nord. L’esodo senza terra della povertà di ritorno. Sono io a pagare per lei. Mi ringrazia smarrendomi subito. Per la stazione.


Ho caldo alle orecchie

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Non s’incontrano più. Una carrozzina araba s’incunea nell’autobus. Il vecchio ragioniere ha la ventiquattrore che gli punta sulle ginocchia. I marmocchietti aspettano seduti sulle ringhiere, tra una fetta di carne e le luminarie scadute. La porta girevole non funziona, un naso invecchiato ci è rimasto pizzicato dentro. Legge un libro dalla copertina rossa. Gode e non alza la testa. Io mi gratto fin sotto il braccio, e guardo i passeggeri. Si scontrano senza capirsi. Un filmato grida esausto in un album fotografico. E il sonno non viene, gorgoglia sotto una bottiglia pronta a cadere nel motore. Ho caldo alle orecchie.


La verde felicità

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Marcovaldo mi aspettava sotto la porta, ma io non vedevo oltre la strada. L’umidità della nebbia mi colava sulla testa come una doccia di sudore. Le auto spazzavano le foglie. L’autobus non passava, preferiva procedere dritto sul corso alberato. Lontano da me. Le ossa ammuffite degli altri restavano dentro casa, avevano deciso di non consolarsi nella mia attesa. Cominciai ad interrogarmi sulla solitudine. Rimpiangevo le troppe occasioni in cui l’avevo allontanata. La verde felicità. Decisi di cercare risposta nelle pagine dei libri. Qualcosa, indubbiamente, mi si sarebbe nascosto sotto la sedia. Di correre il rischio, tuttavia, valeva ancora la pena.


Anime depredate

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I vigili urbani si stagliano invisibili in mezzo a un incrocio. Sono rimasti l’unico tratto di umanità nel feroce groviglio di marmitte incravattate che occupa la città. Tornano a casa, consumano un rito di liti e sbadigli che si accende sotto il gas del tramonto. Un’automobile disfatta si ferma sul dorso di un benzinaio. E’ cresciuto sotto le piante fra un corso e un controviale. Una donna guarda, un bimbo ribolle rigonfio su uno sgabello di ferro. Anime depredate. Sono accampate sulla strada come piaghe su uno scarno avambraccio. I borghesi continueranno a corteggiarli, odiandoli in segreto: perché dispensano l’oppio.


E’ la mia morte

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Le tempesta deflagrò che ero in piazza Carlo Alberto. La copisteria era chiusa, così decisi di ripararmi in una galleria d’arte. C’erano mobili barocchi, dipinti dell’Ottocento e qualche astrusa cianfrusaglia del primo dopoguerra. Il proprietario mi guardò con gli occhi sbarrati. Più che un uomo, sembrava un teschio coperto da un sottile filo di carne. Io non sapevo che dirgli. Almeno fosse stata una libreria antiquaria: avrei potuto inventarmi qualcosa da raccontare. Fu lui ad abbassare lo sguardo, sorrise di sottecchi e scomparve nel retro. Non l’ho più visto. Eppure di notte me lo sogno spesso. E’ la mia morte.

#Torino - Dal Risorgimento al '68 / @ikol22 @duendeturin @danigranata

->Torino, Piazza Carlo Alberto<-


La sconfitta dei progressisti

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In un saggio che si apre con una dedica al torinese Alessandro Galante Garrone e con la denuncia della ‘piemontesizzazione’ nell’Italia post-unitaria, Massimo L. Salvadori annota una riflessione coerente. La sconfitta dei progressisti. Tutti e tre i passaggi chiave della storia dell’Italia unita si chiusero così: lo Stato Liberale sfociò nel Fascismo, il Fascismo nella Democrazia Cristiana e la Democrazia Cristiana nel Berlusconismo. A centocinquanta anni di distanza, l’orizzonte in cui ci muoviamo rimane lo stesso: da un lato, l’incapacità della sinistra riformista di prevalere su un rivoluzionarismo velleitario; dall’altro, l’atavica ignoranza di un popolo che non crede nelle istituzioni.


Ora lo so e ne godo

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Carlo bestemmia contro l’imborghesimento del quartiere. Io mi gratto la barba e guardo nell’acqua. Il bar è un accumulo di ossa. Il sapore delle bevande si nasconde nel ghiaccio. L’umidità cola dall’esterno, fra cappelli peruviani e rumeni che urlano al semaforo. Non è tempo per nuotare. Consumiamo alcool per ottundere le urla dell’oste. Attorno al tavolo la voce si spande senza tregua. Cosa mi ha portato qui? Forse la nostalgia di un anno antico. Il primo kebab consumato di notte. Ero seduto su una pietra, guardavo i marocchini con inconscio disprezzo. Ora lo so e ne godo. Sono dei loro.