Archive for February, 2013

Una scritta rossa su un vetro

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Cataste sommerse di fogli. Sangue rattrappito fra alibi perduti. Le parole si affastellano vane su stampe ingiallite. Un intenso odore di bruciato consuma cessi rotti da macchie di sigaretta. I pompieri corrono in un vicoletto per spegnere le proteste. Una scritta rossa su un vetro. Brandelli di rivolta scorrono sulla strada. I poliziotti fronteggiano deboli studenti. Il palazzo si chiude nelle sue strette mura. Se tutti sapessero in cosa il potere consiste avrebbero poco timore. Il tiranno, nel frattempo, sonnecchia accanto ad una puttana. Si appaga della presenza dei servi. Si illude di una impossibile giovinezza. E continua a fottere.


Non ho voglia

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I servi precedono il piccolo gerarca. Il primo si è presentato oggi. Sudato come sempre. Grasso e macilento, ricolmo di peccati. Ha mostrato il suo viso mafioso sotto le spoglie di una testa d’agnello. Ha chiesto vanamente ai nuovi schiavi, riottosi e muti. Ha deambulato in lungo e in largo su pesanti scarpe meridionali. Abbronzato e volgare, truce e coglione, ha iniziato ad aprire le danze. La speranza è che misteriose giovenche lo fermino sulla soglia della chiesa. Tutti sanno che è un corrotto, ma nessuno si impegna per sgominarlo. Le denunce non sono valse a nulla. Non ho voglia.


Fugge dietro uno schermo

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Rompo il muro che mi separa da un amico perduto. Mi sforzo di cominciare la stagione del disgelo. La sua parola fluisce come un tempo, ma non mi segue con lo sguardo. Fugge dietro uno schermo. Costruisce scenari catastrofici. Lamenta l’assenza di un’alternativa. Ricordo come le sue profezie di sventura abbiano spinto la nostra divisione. Eppure, riconosco la lucidità dei suoi ragionamenti. Sembra vedere le cose con ardita prospettiva. E manifesta il timore che nessuno confessa: guerra. La vive come un irrisolto destino. La accarezza nel dubbio novecentesco del Nazismo. Condivido le sue paure, ma non più fino in fondo.


Il vento soffiava forte

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Giovanni era in ritardo, ma sorrideva. Attraversammo la piazza di corsa, evitando i turisti che si affollavano di fronte al museo. Il sole tagliava il muro della Facoltà di Matematica. Gli studenti languivano nei dehors. Decidemmo di pranzare in una ombrosa taverna. Mangiammo insalata, altro non avremmo potuto. Parlammo di reminiscenze meridionali, discutemmo in cerca di un senso ultimo. Lui seppe stupirmi: mi dimostrò il netto prevalere dell’essere sull’apparire. Fu spietato, mi tolse ogni ispirazione. Disilluso ritrovai me stesso, nel canto di un ubriaco: nudo e bianco sotto casa. Lo chiamai, ma non mi sentiva più. Il vento soffiava forte.


Sul tavolo della cena

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Quando comincia, la primavera non dice. Suona il contrabbasso in un angolo di strada. E’ un cappello che non indossi. Macchia l’asfalto con la pipì di un cane. Alza un dito verso il cielo, per sentire se l’aria lo brucerà. Poi si guarda attorno, e ricomincia a camminare. Si tinge di giallo in un tempio pagano, somiglia a Beirut: è un respiro affogato in verdi pomeriggi. Tornando a casa si chiude in un bar. Una tisana aspra, due petali di rosa. Rimbomba nella carne la febbre del domani. Lei non si volta, appoggia un seno gonfio. Sul tavolo della cena.

Cercando una foto per Antonio Prenna

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Ci nuoteremo dentro

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Un’auto si perde in un soffio di neve. Il cielo si spacca di sangue, è un labbro incollato ad una lastra di ghiaccio. Camminiamo in quattro all’imbrunire. Siamo rimasti qui, guardiani scossi di un futuro che non c’è più. Ognuno ha trovato il simbolo della propria sconfitta. Una barba imbiancata, un tozzo di pane bagnato. La rabbia sedata soltanto a metà. E le dita strascicate su lettere consumate. Reggiamo un otre di immondizie. Vorremmo liberarlo e affogarci nottetempo: continueremo invece a mettercelo sulle spalle; penseremo soltanto al volto deluso dei padri. Ci nuoteremo dentro. Non verrà nessun eroe a salvarci.


Siamo tutti, sopravvissuti

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A parlar del vuoto, poi ci si casca. Ettore il libro lo sfoglia, ma non lo leggerà. Io non ci faccio una piega. L’importante per me è tornare in sella alla bici. I pedali cigolano su una brezza che si farà tempesta. Sulla piazza il cemento è impacchettato. Te lo regalano a pezzi, come il torrone. I bambini non possono salire sul convoglio. Una maestra li trattiene per terra. Se mi guardo attorno non vedo che paura. Una donna peruviana riesce a distogliermi. La figlia le cade di testa: lei la rigira, e non se ne cura. Siamo tutti, sopravvissuti.