E io non la bevo

Dopo i recenti blitz contro Geostudio ed Equitalia, la posizione del Movimento No Tav si è fatta indifendibile anche per chi continua a pensare che quel treno non serva, o quantomeno che il risultato finale non ne valga il costo. Il movimento non sconfessa le frange minoritarie autrici di questi gesti, sostenendo che altrimenti non si otterrebbe visibilità e che ognuno è libero di protestare a modo suo. Entrambi gli argomenti sono fallaci. Le pulsioni squadriste sono geneticamente possibili anche nel più democratico dei movimenti. E io non la bevo. Non voglio quel treno, ma non rinuncerò mai alla democrazia.


  1. E’ un tema che conosco bene e mi tocca da vicino.

    Io non trovo niente di anti-democratico nell’occupazione simbolica degli uffici delle ditte che lavorano per il Tav.
    In particolare in questa fase della lotta si cerca di spostare l’attenzione sulle ditte che hanno interessi nell’opera (inutile e dannosa, ormai credo sia chiaro) e sui loro curriculum giudiziari: http://issuu.com/notav.info/docs/presentazione_2_2
    http://issuu.com/notav.info/docs/lazzaro_company .

    Occupazioni simboliche, pacifiche e senza danni a cose o persone. Togli per un attimo l’etichetta No Tav e chiamali cittadini: rientra in un discorso di riappropriazione dello spazio di pubblico dibattito in un sistema che nega confronti diretti tra le parti, quel sistema appunto chiamato democrazia, figlio del piano Marshall e sempre più campo di gioco dell’economia e del capitalismo “di rapina”.

    Trovo anti-democratico tutto quello che gira intorno il progetto Tav in fatto di decisioni prese “dall’alto”, nell’interesse delle banche e delle lobby di costruttori e cementisti, senza confronto reale con la popolazione (non solo della valle visto che l’indebitamento conseguito riguarderebbe l’intera nazione) e avvallate all’unanimità da questa classe politica che difende interessi privati alla faccia dei reali bisogni e priorità della popolazione (istruzione, salute, welfare, lavoro, ambiente ecc…).

    Una coalizione di poteri forti e interessi privati che fa uso scriteriato ed antidemocratico delle istituzioni: procure, forze dell’ordine e magistratura (compreso il buon Caselli che dietro frasi di facciata tipo “se vedo reati non posso voltarmi dall’altra parte” si presta al gioco dei potenti ed è pronto a chiudere gli occhi in casi come questo: http://issuu.com/notav.info/docs/operazione_hunter ),

    Un sistema punitivo e repressivo che impone con la violenza limitazioni alla libertà personale agli attivisti e ai residenti nelle zone interessate dall’opera con uno spiegamento di forze e di armi che la dice lunga sulla reale democrazia in cui viviamo.

    Danilo.

    • Ciao Danilo,

      il tuo commento mi stimola e provo a riprenderlo punto per punto.

      E’ un tema a cui io stesso sono affezionato, perché frequentando la Val Susa e parlando con le persone del posto credo di avere compreso da tempo l’inutilità dell’opera, almeno per il modo in cui è stata concepita: ho partecipato più volte e per molto tempo alle manifestazioni pacifiche che si opponevano a quel treno, compresa la manifestazione di Venaus dell’8 dicembre 2005, fino ad un’ultima fiaccolata che la mia memoria colloca all’inizio del 2011. Io ricordo un movimento che si riconosceva nella democrazia rappresentativa e nei suoi sindaci, così come nel principio della non violenza.

      Se le aziende che si occupano dell’opera non hanno un buon curriculum giudiziario – il costo dell’alta velocità in Italia rispetto agli altri paesi richiama proprio questo problema, e su tutti lo ha ben spiegato Roberto Saviano, – a mio giudizio ciò non giustifica in alcun modo che si faccia irruzione negli uffici di queste o altre aziende coinvolte: primo perché è illegale, secondo perché è controproducente. E’ una forzatura sui dipendenti di quelle aziende, che possono non concorrere alle decisioni strategiche delle aziende stesse; inoltre, ciò non fa che spaventare l’opinione pubblica, allontanandola dalle buone ragioni del movimento.

      Per il resto, penso che la realizzazione di questa opera – del tutto antieconomica per le casse dello Stato e per eventuali e al momento illusori finanziatori privati – abbia coagulato a suo sostegno interessi economici regressivi, identificabili in settori dell’economia nazionale maturi e asfittici (cemento e ferro, in primo luogo) a tutto discapito dei settori che potrebbero invece restituire benessere e concorrere a una maggiore distribuzione della ricchezza nel Paese (digitale, ambiente, stampa in 3D, robotica, nanotecnologie e biotecnologie fra gli altri).

      Quanto ai magistrati poi, il loro ruolo non è politico: hanno il compito di accertare se qualcuno ha violato una norma, e rispondono soltanto alla legge. In Italia vige l’obbligatorietà dell’azione penale e, al tempo stesso, l’indipendenza delle procure è un elemento di libertà: se il magistrato dovesse decidere su cosa indagare sulla base della esplicita volontà popolare non sarebbe più indipendente. Io resto convinto della assoluta onestà di Gian Carlo Caselli: gli storici lo dimostreranno. In ogni caso, non è trasformando un uomo in un nemico che si appura la verità, ma piuttosto agendo legalmente perché la magistratura abbia tutti gli elementi necessari per indagare su reati di cui si avverte l’esistenza e sull’opinione pubblica perché si mobiliti pacificamente a difesa di una causa. O dovremmo forse fare commissariare la Procura di Palermo dal popolo perché la mafia continua ad esistere?

      Ciò detto, spero che le mie opinioni non ti appaiano ingenue. Mi rendo perfettamente conto del fatto che chi vive in Val Susa sente e patisce sulla sua pelle una limitazione dei propri diritti, ma non credo che il problema verrà risolto isolandosi ulteriormente rispetto all’opinione pubblica della città di Torino e del resto del Paese. Da tempo mi arrovello in questo dilemma, perché penso peraltro che seppur senza il Tav Torino debba restare un nodo delle reti europee (dai trasporti alle informazioni). Su questa tag (Torino Anni ’10 / No Tav) troverai ciò che ho scritto sino ad ora sul Tav. Posso soltanto dirti che tutte le volte in cui la protesta ottiene un risultato pacificamente, io mi riavvicino alla sua causa; quando invece non segue questa strada, io non posso che ritrarmi. E giudico di volta in volta, usando il libero arbitrio, non ho altro metodo.

      La democrazia italiana è in profonda crisi, su questo sono d’accordo con te. Ma la Costituzione Repubblicana è in vigore, ed è migliore dello Statuto Albertino del 1848. Perciò concordo in larga parte con la diagnosi, ma non con la cura. Partendo dalla tua domanda ho riletto un saggio di Norberto Bobbio, in cui ho raccolto queste parole:

      “può benissimo darsi uno Stato democratico in una società in cui la maggior parte delle sue istituzioni, dalla famiglia alla scuola, dall’impresa ai servizi pubblici, non sono governate democraticamente. Di qua la domanda che caratterizza meglio di ogni altra l’attuale fase di sviluppo della democrazia nei paesi politicamente più democratici: ‘E’ possibile la sopravvivenza di uno Stato democratico in una società non democratica?’ E che può essere formulata anche in questo modo: ‘La democrazia politica è stata ed è tuttora necessaria affinché un popolo non sia governato dispoticamente. Ma è anche sufficiente?’. Sino a ieri o all’altro ieri, quando si voleva dare una prova dello sviluppo della democrazia di un dato Paese, si prendeva come indice l’estensione dei diritti politici, dal suffragio ristretto al suffragio universale; ma sotto questo aspetto ogni ulteriore sviluppo non è possibile dopoché il suffragio è stato esteso quasi ovunque anche alle donne e in alcuni paesi, come il nostro, il limite per età è stato diminuito a diciotto anni. Oggi chi voglia avere un indice dello sviluppo democratico di un Paese, deve considerare non più il numero delle persone che hanno diritto di votare, ma il numero delle sedi diverse da quelle tradizionalmente politiche in cui si esercita il diritto di voto. Detto altrimenti, chi voglia oggi dare un giudizio sullo sviluppo della democrazia in un Paese deve porsi non già la domanda: “Chi vota?”, ma “Dove si vota?” (Norberto Bobbio, “Democrazia e dittatura”, in Enciclopedia Einaudi, Torino, Einaudi, 1978, vol. 4, pp. 535-58).

      Ecco, forse bisognerebbe puntare sull’esigenza che su una questione tanto controversa e dibattuta i cittadini possano finalmente esprimersi con un voto, e che questo voto riguardi i diretti interessati: gli abitanti della Val Susa. Perché se l’opera è davvero di interesse nazionale, è giusto che lo Stato si sobbarchi l’onere di trovare una valle i cui cittadini ne siano persuasi: laddove la trovasse, infatti, ne avrebbe presumibilmente e implicitamente davvero dimostrato l’utilità. Ora, so benissimo che chi sostiene quest’opera non accetterebbe mai un simile referendum, ma nulla impedirebbe alla Val Susa di organizzarlo da sé, facendolo certificare da osservatori esterni e identificabili come neutrali. Un’azione dimostrativa di questo tipo, a mio parere, sarebbe più efficace dell’occupazione di un’azienda o del tentativo di forzare il primo cantiere dell’opera. Perché anziché parlare a chi è già convinto dell’inutilità dell’opera parlerebbe di più e meglio a chi ha un’opinione diversa oppure non ne ha una.

      Ma queste non sono che le mie opinioni, e per ora posso solo ringraziarti per avermi fatto pensare un po’. A presto.

      • E’ un piacere e uno stimolo leggere i post taggati notav… Alcuni già letti a suo tempo, altri ora per la prima volta, sempre lucidi e capaci di leggere la lotta in un contesto organico, legando i fatti a temi come giustizia, democrazia, sviluppo.

        Di tutte le questioni in ballo cerco di approfondire un paio di punti.

        Irruzione nelle aziende: illegali, ok, non anti-democratiche né violente.

        Legalità non è sinonimo di democrazia e spesso “legge” non va d’accordo con “giustizia”. Il paradosso è che quanto di realmente antidemocratico (e violento) ruota attorno agli interessi targati Tav è legale: osservatori fantoccio che rifiutano ogni tipo di confronto oggettivo basato su dati scientifici, decisioni imposte con la militarizzazione del territorio e repressione del dissenso con ogni mezzo.

        L’altro lato del paradosso: può l’illegalità (non la violenza, sia chiaro) muoversi a sostegno della democrazia? Brecht scrive che “quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere.” Se una legge è ingiusta o anti-democratica è dovere resistere, secondo una scelta di responsabilità individuale, a costo dell’illegalità.

        Tutti questi concetti, legati alla lotta notav, trovo siano ben espressi qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/parliamo-questa-democrazia/194134/#.T00Vtp70lTE.facebook

        Legge è uno strumento impugnabile, ha un “manico” e purtroppo ad impugnare questo strumento non è sempre il più giusto, anzi, spesso è il più forte. Di questi giorni la notizia dell’arresto di un attivista trentino (…) che sul tema si esprime così: tinyurl.com/bsl24my

        Obiettivamente: un reato è un reato. Il lancio di un sasso è e rimane un reato anche se quei pochi grammi impattano contro scudi, caschi e tute spesse quattro centimetri a prova di proiettile. E il lancio di un sasso avrà tutta la legittima (ovvero sancita dalla legge) attenzione del Caselli di turno.
        La stessa attenzione, con la scusante generica dei “motivi di ordine pubblico”, inizia a riguardare presidi pacifici, volantinaggi ecc.
        La stessa attenzione non riguarda ad esempio il pestaggio di un manifestante o il lancio ad altezza d’uomo di un lacrimogeno. Questo, unito ad impianti accusatori spesso infondati e al troppo zelo in certe occasioni http://www.notav.info/top/caselli-atto-primo-parte-il-processo-ai-notav-con-tempi-da-record/ , è quanto si rimprovera alle procure.
        La stessa attenzione non riguarda e non riguarderà l’investimento di denaro scellerato da parte di una classe politica incapace se non in malafede, la devastazione del territorio, l’indebitamento pubblico ecc… perché non inquadrati come reati e quindi legali.

        Occupare una ditta è una forzatura sui dipendenti delle aziende, sono d’accordo, c’è il rischio che si risolva tutto in una guerra fra poveri (come d’altronde nello scontro fisico tra militante e celerino). Non so quale ricaduta abbia sull’opinione pubblica un fatto del genere. Il problema è che a “passare” non sono le motivazioni reali del gesto ma la ricostruzione giornalistica sulla base dei soliti cliché.
        Purtroppo il rapporto con l’opinione pubblica è compromesso dalla stampa di parte per cui ogni successo del movimento (vedi la marcia del 25 febbraio da Bussoleno a Susa) è subito accostato alla violenza (della Polizia nella realtà, di un gruppo di facinorosi Notav nella trascrizione giornalistica) degli scontri nella stazione di Porta Nuova (tanto per fare un esempio che copre le voci: opinione pubblica, disinformazione, ma anche legalità, democrazia e procure).

        In questo senso si parla di “fare pressione”. Sul cantiere e su chi ci lavora, sui dipendenti delle ditte, sulle forze dell’ordine impegnate, nel tentativo di scaricare la pressione verso l’alto. Convincere, coinvolgere, contagiare, ma anche scoraggiare gli ingranaggi del sistema oppressore in un gioco di forze non certo sano ed edificante ma frutto di una situazione subita più che cercata.
        Gioca un ruolo decisivo la frustrazione del non essere ascoltati né presi in considerazione. Manifestazioni come quella del 25 febbraio: cinquanta, sessanta, settanta mila persone? Nulla. Il cantiere viene allargato. Illegalmente, ingiustamente. Luca Abbà si vede espropriata la terra, ingiustamente, per disperazione sale su un traliccio: nulla. Illegalmente viene inseguito da un Carabiniere e cade. Nulla, i lavori procedono. Illegalmente.

        Tutte queste azioni, ovviamente, non sostituiscono ma affiancano una costante opera di informazione e persuasione dell’opinione pubblica portata avanti con lo strumento tra tutti più democratico: il dialogo.

        (Ps: dialogo.. non partito: quelli, manco a voler scherzare, li trovi in Piazza d’Armi ;)

        A prestissimo!

        Danilo.

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