Archive for April, 2011

Io devo ricordare

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La fabbrica è rimasta lì, ferma nella desolazione di Corso Regina Margherita. Ormai è un tetro fantasma che non rimbomba più. Resta adagiata oltre il fiume, sopra il parco silenzioso. Il giorno che seguì la tragedia era un vago fumo bluastro. Lo guardammo colmi di dubbi e rimorsi. Torino aveva dimenticato se stessa, le sue radici. Poi abbiamo aspettato per anni. Abbiamo creduto nella Magistratura: volevamo conoscere la verità. Ora sappiamo che i sette operai della Thyssenkrupp furono uccisi dall’accidia di chi li comandava, dalla trascuratezza di chi doveva proteggerli. Oggi ascolto e riascolto le loro voci. Io devo ricordare.


Primavera matura e finta

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Immotivata euforia. Si disperde ironica fra pareti ingiallite. Ha il sapore di una camicia impataccata. E’ un autobus perduto. Irrompe velenosa inceppando la successione di sempre. E’ il timore di aver detto troppo. La consapevolezza di non dover prendere tutto sul serio. Si ricompone a pranzo in un racconto calcistico. Appartiene al passato, perciò riesco a riconoscermici. E’ il disprezzo affettuoso di un uomo scorbutico e onesto. L’intelligenza si manifesta sempre più rara.  Ma quando erompe genera silenzio. Finisce mesta sul bancone di una farmacia. Scivola piovosa in un cortile diroccato. E bestemmia contro la luna. Primavera matura e finta.


La libertà di pensare al dopo

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Il primo atto del gioco si è concluso. Aveva il rumore di una lavatrice interrotta. Era fatto del nome di città lontane. Un pensionato, due giovani. Una lista colata in un calcolatore disseminato lungo la rosa dei venti. Lo spento certame era muto. Un saggio dialogo con se stessi. Le aspirazioni e i distratti rimpianti. Poi una voce abruzzese. Il lento ritorno. La luce su un balcone. Il cibo riconquistato. L’attesa conclusa. La libertà di pensare al dopo. La consapevolezza di essere ormai troppo vecchio per non saper dominare la paura. Il piacere di restare nel dubbio. Un lento dormire.


Conoscete quei sindaci

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Perché presentare le cose in questo modo? “Processo in aula bunker per i sindaci No Tav“. Lo dico col sincero rispetto che provo per una testata seria come la Repubblica. Una galleria fotografica nell’edizione web di Torino, in cui le foto dei sindaci Simona Pognant e Marco Russo sono associate a quelle di Michele Nazzaro e del clan dei catanesi. E’ un segno dei tempi, nei giorni in cui il Presidente del Consiglio saluta i suoi idolatri al Tribunale di Milano. Non ci sono problemi di ordine pubblico. Conoscete quei sindaci. Cosa c’entrano i mafiosi? Vale la presunzione di innocenza?


Spingiamoci oltre

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Spingiamoci oltre. E’ troppo poco costruire un doppio palazzo di sette piani accanto alla Mole Antonelliana. Copriamo con una immensa colata la Mole stessa. Trasformiamola in un parallelepipedo di cemento armato. Sono sicuro che il Comune di Torino ci guadagnerà una montagna di oneri di urbanizzazione. E’ geniale: spianiamolo tutto, riempiamo il centro barocco di cubi di ferro. Una bella periferia sovietica nelle storiche vie di Guarini, Juvarra e Antonelli. Già che ci siamo, io coprirei e asfalterei anche il Po. Facciamoci sopra una sopraelevata di acciaio, poi non se ne parli più. Continuiamo a scavare. Babele raggiunga il cielo.


Torino trasuda rabbia

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Torino trasuda rabbia. E’ ressa sui binari fra mendicanti e piccioni. Odore di piscio sotterraneo. Caotico risuonare di clacson e insulti. Un raro sole terso la soffoca. Polvere di ferro vola dalle ginocchia in su. Mi sento proiettato a metà in un film muto. Sogno un’estate degli anni Sessanta, alberi ammassati nel cortile di un giardino. Un sorriso si spegne nell’inchiostro di una ricevuta. Cammino all’alba verso Est. A Lingotto riscopro un’identità esausta e sola. Entro in un bar. Nessun oggetto, poco cibo. Bottiglie antiche rimaste a metà. La disperazione timida su un viso meridionale. Il cemento disseccato della periferia.


Il Quinto Stato si è mosso

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Il Quinto Stato si è mosso. Cammina piano, ancora incerto. E’ poco consapevole di sé, ma esiste. Resiste alla paura. Sfila in piazza sotto un caldo improvviso e secco. Son tre migliaia e sembran pochi. Ma sono la cima emersa della montagna. Quattro milioni di precari in Italia. Uomini e donne senza un futuro. Soffocati da contratti truffa. Vecchi o giovani, che importa? Condividono le stesse frustrazioni. Per il momento restano nascosti, fingono di essere come gli altri: i modesti impiegati che ai loro occhi appaiono privilegiati. Un giorno tutto questo non basterà. Si ribelleranno. La loro rabbia ci sommergerà.
Hard Time #1

->999 – Hard Time #1<-