Archive for April, 2011

Un giorno diventerà museo

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L’aria ribolle di luce. Formiche solcano il legno. Le sedie si colorano di spesse trecce. Le pietre sprofondano sconnesse fra foglie di fico. Una bicicletta si impolvera sospesa su una tettoia. Plastiche ricurve scaldano torbe la ruggine dei balconi. Odore di fumo confonde i sensi. Sebastiano ha un taglio sopra l’occhio. Dice che è stanco, ma si prepara per tornare al Sud. Il cuoco suda felice fra le fiamme di una padella. Avvolge i capelli nel cotone bianco d’una maglietta. Io scruto nel bar, cammino nel cantiere antistante. E mi chiedo quanti alberi siano stati tagliati. Un giorno diventerà museo.


Oltre me stesso

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Sul palco ho riconosciuto soltanto la voce del partigiano Massimo Ottolenghi. Le pallottole confitte lungo via Cernaia, le camionette dei tedeschi in fuga per corso Vinzaglio. Gli ultimi saccheggi, le ingorde razzie naziste prima della caduta. In quel filo di parole c’era il senso di ciò che ancora tiene insieme lo Stato. Il sogno di una rivoluzione democratica non compiuta, il limite ultimo opposto all’eversione. Piazza Castello resterà lì, oltre i limiti di ciò che oggi mi angoscia. Oltre me stesso. Gli uomini ricorderanno questa blanda dittatura. La Storia ridarà un senso. Siamo una generazione perduta. Dobbiamo imparare a resistere.


Il macigno pesa

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E’ da tempo che gli operai non sono più uniti. Oggi però sono anche in competizione tra loro. Si contendono – a quanto leggiamo su Repubblica – la linea di produzione di un nuovo modello Maserati. E’ un panorama che mi ricorda i raccoglitori di frutta descritti da John Steinbeck in The Grapes of Wrath. Ora, la FIOM fa bene a spostare il conflitto sul piano legale, perché il capitale non ha primato sulla legge. Ma è evidente che servono industrie nuove. E senza investimenti pubblici, non nasceranno mai. Il macigno pesa. Non abbiamo più un Governo, che a questo dovrebbe pensare.


E penso a me stesso

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Notte forsennata. Bici ricolme di piante davanti al fiume. Cibo racconcio fra eccentrici sconosciuti. Fatico a trovare parole con un’australiana nata a Sarajevo. Sebastiano mi è fiero compagno di incomunicabilità. Stancamente muoviamo verso un triangolo di case in festa. E’ birra disseminata nei cortili. Rivoli di sangue ammattonati di carne. Ha il riflesso muto di un’aurora boreale. Si esaurisce in un divano arrotolato in mezzo all’asfalto. L’immobilità favorisce inattesi incontri. Studenti ubriachi, perduti amici. Riempiono il cuore di emozioni sobrie. Mi divorano di affetto e passione pura. Fino a quando cammino da solo nel buio. E penso a me stesso.


Ci ribelleremo troppo tardi

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Ci fanno cadere uno a uno. Abusano del nostro sapere. Si leccano le dita coi nostri pezzi di carta. Ci illudono con fantasmi di ricchezza e potere. Ci lusingano con apprezzamenti interessati. Fingono di invidiare la nostra presunta giovinezza. Non si curano dell’onestà. Sanno che ci obbligherà a fermarci proprio quando loro saranno pronti. A raccogliere il frutto della nostra fatica. A sfruttare il sudore della schiena altrui. Dopo Ernesto, anche Renzo ora accusa il colpo. Non resterà senza lavoro, ma ha consumato la salute per ingrassare i porci che si apprestano a farlo a pezzi. Ci ribelleremo troppo tardi.


A Giusy La Ganga

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Una risposta. A Giusy La Ganga. “‘Più volte ho fatto il bilancio della mia vita. E tutte le volte sono arrivato a questa conclusione: se per un prodigio della sorte mi fosse dato di ricominciare da capo, prenderei la stessa strada che presi, ventenne, nella mia Savona, e la percorrerei con la fede, la volontà e l’animo di allora, pur sapendo di doverne pagare il prezzo, lo stesso prezzo che ho pagato. Così, giunto al termine della giornata, mi volgo a guardare la strada che ho percorso e mi sembra di avere speso bene la mia vita.’” Cordialmente, Sandro Pertini*.

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*Faggi, Vico (a cura di), Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni, Milano, Mondadori, 1970 (1974, p. 354).


Giace illuminata dal vento

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Mezzo sangue, perla fiamminga. Protrude labbra innocenti. Tradisce attrazione. E’ pulsione sommessa, inginocchiata carezza. Lamenta vane ingiustizie. Confessa di non pensare che a se stessa. E’ racchiusa in una coltre violacea. Asciuga il molle imbarazzo del mattino. Nega il pudore chiudendo gli occhi. Giace illuminata dal vento. E’ un abbraccio interrotto infiniti anni fa. Racchiude volontà prive di verbo. Ha deciso di inseguire la lentezza. Chiede complicità e la offre. Mi ha offeso con dolce irruenza. Si è aggrappata a mille rimorsi. Sa che non significherà a lungo. Mi bacia. Si risolleva con fierezza. E riveste impudìca due seni enormi.

il cielo su Torino

->my stification – Il cielo su Torino<-