Archive for January, 2011

Senza versare lacrime

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Un cono di nebbia dissepolto dai ghiacci. La città mi guarda dal volto di una telecamera. E’ la violenza di una coppia balorda. Lo sguardo abbruttito di una feroce protervia. Mi disperde fra volti opachi di rabbia. Ferri scomposti increspano il buio. Si aggomitolano biondi lungo brandelli di cemento. Strozzano la voce di gelose ammissioni. Le case si serrano nemiche. Sono schermi di vetro in cui riluce un giogo di immagini. Due vecchie additano la loro cella. Un lugubre buco fra pareti diseguali. Torino è un fremito in bilico nel vuoto. Un popolo di formiche lo sorregge. Senza versare lacrime.


Ora non avrete più alibi

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Come vi sentite, ora che credete di aver vinto? Gli operai di Mirafiori hanno votato con le mani legate, sapendo di rischiare tutto. Eppure, quarantasei su cento hanno trovato comunque il coraggio di dire no. E’ un numero gigantesco, perché è l’urlo di Davide contro Golia. Governi, partiti, sindacati, giornali, televisioni. Non mancava nulla al fronte del sì. Ma non ha trionfato. La coscienza operaia e borghese della città si è ribellata al sopruso. Avete fatto di Torino la Metropolis del XXI secolo. Ora non avrete più alibi. Imparerete che non si crea ricchezza senza libertà. E ve lo dimostreremo pacificamente.

Fabrizio Zanelli - FIAT->Fabrizio Zanelli – FIAT<-


Un immenso seno rifatto

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Corse fra semafori rossi. Prefiguravano il caldo imminente. Era una stanza affollata di vecchi dai capelli tinti. Giovani seduti sul pavimento. Tutto si fermò ad ascoltare. Una voce rammentava la morte del profeta. I dubbi si mescolavano alle evocazioni del mito. Lo stile è la negazione dell’omologazione. Pasolini fu ucciso prima che il suo incubo si compiesse. Attorno a me  sessantottini permalosi, coscienze amiche a cui non avrei più parlato. Un immenso seno rifatto. Elisabetta mi sedeva accanto. Facce pulite accompagnavano brandelli di memoria. “Non c’è niente da fare”. Eppure non tutto sembrava perduto. Gli orfani si nutrono di speranza.


Come per soffocare

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La testa fa male. Si apre sotto il peso di un martello che irrompe picchiettante tra le ossa. Ecco: s’è riempita di una molle pioggia di immagini. E’ stanchezza ininterrotta che impedisce la muta pace del sonno. E si consumano dispersi movimenti in un cervello instabile. Rigurgita sangue, sospira di tormento escrescendo luoghi scomposti. Senza volontà sibila singulti di tremante memoria. Come per soffocare. Ora sono muti disegni. Ma diverranno agonie di volontà sotto le palpebre chiuse. Mi risveglierò con la voce strozzata. La sete  immobile taglierà occhi colmi di sudore. Impossibile desiderio di vomitare sogni su ferite non chiuse.


Torino è viva

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Erano tanti accanto alla FIOM. Operai, studenti, cittadini. Hanno camminato fra le vetrine dei negozi, negli occhi incuriositi dei passanti. Hanno discusso con anziani scettici. Hanno giocato a costruir tricicli per raccontare il dramma. Sono rimasti a schiena diritta. Di fronte a un governo che tradisce il Paese. Di fronte a un’opposizione politica che si rifiuta di rappresentare il lavoro. Di fronte a un sindacato che si sottrae al giudizio dei suoi iscritti. Torino è viva. Una onesta fiaccolata di volti miti, determinati, intransigenti. Ammutoliti dal pianto di una donna, commossi dall’incoercibile libertà di scegliere. Non spegnerete la nostra coscienza.


Continuano a fottere

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Lite furibonda. In un Paese che muore. Parole lette su un giornale. Un lamento inutile. Meneghino, siciliano. Continuano a fottere. Io sono ansia cresciuta nel grembo materno. Una mela cade dal tavolo. E’ caldo attorno. La luce scolora nel pomeriggio che scorre. Senza concentrazione. Con un malcelato senso di rimpianto per ciò che è stato. Ciò che non ho fatto. Volontà di distruggere. Non scrivere, cancellare. E dormire in silenzio. Fra gli autobus che passano irregolari. Sotto il vento mosso di una tenda rotta. Vorrei sporcarmi con la terra di un orto. E poi strisciare inerme. In fondo al mare.


Gli ubriachi lo acclamano

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La strada è una coltre di detriti congelati. Il vento dissecca una pelle morta. Un uomo vomita fra le piante chiamando Dio. Entro e lo vedo, impossibilmente pallido. Irriconoscibile. Si è tagliato la barba, ora ha i capelli corti. Salvatore è tornato dagli abissi. Gli ubriachi lo acclamano. Io affogo in un grumo di pomodoro e formaggio. La voce di Rino Gaetano gracchia sul soffitto in un affresco di fango. Sono un soffio di lemoncello bagnato in uno sputo meridionale. Una donna accarezza un fumo di plastica. Gli occhi non si aprono più. E mi addormento in una profezia ridicola.